EDITORIALE

Magic corporation

L'idea che l'arte intrattenga un rapporto profondo con la magia costituisce un luogo comune molto diffuso nella riflessione estetica del Novecento. Tuttavia generalmente si limita questa relazione all'età arcaica, antica o premoderna, cui sarebbe seguito un processo di disincanto e di secolarizzazione che trova nell'arte contemporanea il suo punto di arrivo. Il sistema dell'arte come business di merci di lusso segnerebbe così la completa emancipazione dell'arte da ogni elemento magico. Un approccio antropologico a questo problema induce tuttavia a sospettare che anche l'arte contemporanea continui ad essere magica e che perfino sotto certi aspetti non sia mai stata così magica come oggi. Con ciò non si deve intendere  che essa sia in grado di produrre un grande effetto evocativo e psicologico sul sentire individuale e collettivo, oppure di consentire esperienze qualitativamente differenti di quelle fornite dalla vita quotidiana. Non è in questo senso che l'arte attuale è magica. Lo è in un senso più antropologico e pragmatico: come complesso di dispositivi attivati da operatori specializzati miranti a conferire a certe entità un valore simbolico ed economico senza alcun rapporto con i parametri di valorizzazione operanti in tutti gli altri ambiti della società. Sotto questo aspetto, non è il ready-made in se stesso ad essere magico, ma l'insieme di operazioni che lo legittimano e lo convalidano come opera d'arte.Si potrebbe osservare che in tali dispositivi non c'è nulla di magico e che essi sono semplicemente tecniche di mistificazione e di impostura, socio-culturale. Ma non è proprio questa una definizione della magia? Lévi-Strauss ha sostenuto che una delle condizioni fondamentali dell'efficacia della magia risiede nel consenso sociale, “nell'opinione collettiva che forma ad ogni istante una specie di campo gravitazionale in seno al quale si situano le relazioni tra il mago e coloro che ammalia” (Antropologia strutturale, cap. IX). Quando si afferma che l'arte contemporanea è un'impostura non si spiega perché la società occidentale ha bisogno di questa: probabilmente perché ha, come le società primarie, un basso coefficiente di sicurezza e una quantità di situazioni non risolubili attraverso tecniche razionali. Il museo di arte contemporanea diventa così il serbatoio di valori simbolici che non chiedono di esseri condivisi e in fondo nemmeno spiegati. Magica infatti non è la singola opera d'arte,  ma la struttura o meglio la rete globale che garantisce lo standard di artisticità del singolo museo. Il pubblico potrebbe al limite anche non essere obbligato a vedere l'esposizione, come avviene nel Museo Mori di Tokyo. Infatti chi compra il biglietto per accedere al museo passa prima attraverso la Tokyo City View, una galleria circolare di osservazione della città di Tokyo posta a 250 metri dal livello del mare, che offre dalle 9 del mattino all'1 di notte una vista mozzafiato a 360 gradi sulla città. In altre parole, la Mori Tower dà al pubblico un'esperienza estetica impareggiabile, nei confronti della quale non c'è esperienza artistica che possa competere. La vista vale da sola il prezzo del biglietto; l'esposizione artistica è un di più gratuito. Infatti dato che le mostre sono temporanee, qualche volta non ci sono. Questo non vuol dire che il ruolo degli artisti e dei mediatori sia annullato. Il catalogo è fatto in modo eccellente: gli artisti sono presentati in modo egregio. A differenza di altri musei che trasformano l'arte in comunicazione mediatica, il Museo Mori si presenta come un'operazione virtuosa. In esso il pubblico è il vero protagonista: tuttavia esso non viene attirato facendo leva sui suoi vizi inducendolo a credere che la rappresentazione di questi vizi costituiscano il cutting edge della cultura contemporanea. Il Mori Museum presenta l'arte secondo una strategia di understatement, salvando però la sua autonomia e correttezza professionale. Esso sembra dire: “l'arte non è tutto, non è nemmeno la cosa più importante. L'esperienza estetica della natura civilizzata vale senza paragone molto di più. In ogni caso, l'arte deve essere praticata e presentata in modo professionalmente ineccepibile, secondo gli standards internazionali più elevati, lasciando agli artisti la possibilità di esprimersi liberamente”. Non solo l'arte non può essere fatta da tutti, ma nemmeno può essere fatta da un solo artista o da un solo direttore di museo o da un solo critico. Essa è il risultato dell'attività di una magic corporation globale, altamente professionalizzata, che assomma in se stessa le funzioni del sacerdote, del guerriero, del lavoratore e dell'artigiano. In che cosa si differenzia dalle corporazioni non magiche? Dal fatto che è per eccellenza aperta alla cooptazione dei devianti e degli outsiders, ma non dei dilettanti. Come sempre avviene nella magia, è poi impossibile distinguere quella bianca da quella nera.

Mario Perniola

 

 

N. 9
Marzo 2005

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