EDITORIALE

Mario Perniola, Protestamur

Questo numero di Ágalma esce in concomitanza con un anniversario importante: é infatti proprio il 31 ottobre 1517 che, secondo la tradizione, Martin Lutero affisse sulla porta della chiesa del castello di Wittenberg le 95 tesi che per convenzione storica segnarono la nascita della Riforma protestante. Non é dunque un caso che la parte monografica sia dedicata alle proteste, contestazioni e minoranze. L’articolo guida é un testo di Serge Moscovici che mostra quali siano le condizioni perché una minoranza, anche estremamente esigua, e addirittura limitata ad un solo individuo, possa esercitare influenza e ottenere un riconoscimento, naturalmente a condizione che sia attiva.

Ciò premesso, bisogna tenere presente che la stragrande maggioranza delle proteste falliscono ed é anche legittimo chiedersi se questo tipo di azioni sia una forma di lotta efficace, oppure sia addirittura controproducente perché mette allo scoperto i dissenzienti consentendo al nemico di individuarli e di combatterli meglio. Uno dei famigerati Trentasei stratagemmi cinesi consiglia di “solcare il mare senza che il cielo se ne accorga”. In effetti molto spesso la protesta nasce dall’ingenuità, vale a dire dal presupposto che l’avversario sia onestamente disposto ad ascoltare e a discutere al fine di trovare un compromesso tra opposte esigenze. Lutero stesso non intendeva operare una rottura risolutiva con la Chiesa di Roma e il successo della sua azione é dovuto alla concomitanza di fattori imprevedibili. Se si arriva ad un dialogo é perché la controparte teme una ritorsione, ma ciò implica che il “protestante” sia in grado di minacciarla: “tutt’i profeti armati vincono, e li disarmati ruinorno” (Machiavelli).

Questo é tanto più vero se guardiamo alle proteste del nuovo millennio: per esempio, milioni di persone sono scese in piazza il 15 febbraio 2003 senza ottenere alcun risultato e la stessa cosa si può dire a proposito di tante altre proteste recenti in varie parti del mondo occidentale. La causa principale di questi fallimenti é dovuta all’egemonia assunta dal discorso economico che ha completamente soppiantato il discorso politico, al punto che chi osava criticare l’attuale stato di cose in nome di una teoria passava per un residuo del passato. Su questo punto non é superfluo citare Lenin, secondo cui “Senza teoria rivoluzionaria non vi può essere movimento rivoluzionario” (Che faré).

Ma alcuni segni inducono a pensare che questo ”pensiero unico”, economicistico, tenda a scontrarsi sempre più con la necessità dell’Occidente di continuare ad esistere. Ma perché ciò sia possibile occorre una rivoluzione culturale che muti radicalmente il nostro stile di vita. Fintanto che si spacciano per “valori democratici” il consumismo, l’edonismo, la distruzione del sistema scientifico-professionale, l’eliminazione di ogni differenza... non c’é da meravigliarsi che trionfino l’ignoranza e un ribellismo opportunistico ed egoistico, che qualcuno ha ben sintetizzato nella frase “Viva me! Abbasso gli altri!”. Si apre infatti uno scenario in cui il “politico” e l’“economico” (intesi in senso neutro come forme di pensiero) entrano in collisione: il primo assume la forma retrograda del nazionalismo, il secondo continua a sventolare la bandiera della globalizzazione selvaggia diretta esclusivamente dalla speculazione finanziaria. Contro entrambe queste deviazioni aberranti di giuste esigenze, protestamur. Infatti é indubbio che ognuno di noi se da un lato non può prescindere dal contesto sociale, culturale ed economico in cui é nato e vissuto, dall’altro non può rinunciare ad essere “cittadino del mondo” come piu? di duemila anni fa ci hanno insegnato i filosofi Stoici.

E per la prima volta da tempo abbiamo l’impressione di non essere piu? soli e indifesi.

N. 34
Dicembre 2017

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