EDITORIALE

Mario Perniola, Ma ciò che resta, lo istituiscono i poeti

I testi qui raccolti si soffermano specialmente sulle nozioni di autorità e di autorialità (intesa come statuto dell’autore), assai meno su quella di autorevolezza, con l’eccezione del saggio di Sor-hoon Tan, che tuttavia si riferisce esclusivamente alla cultura cinese. Questo editoriale colma la lacuna e intende  sottolineare che anche nell’antichità classica occidentale è sorta e si è affermata una forma di autorevolezza indipendente dall’autorità e dell’autore moderno inteso come soggetto.

Tale fenomeno è avvenuto nell’antica Grecia. Due poemi,  l’Iliade e l’Odissea sono diventati il simbolo dell'identità di un popolo, la fonte per eccellenza della sua religione nonché il punto di riferimento primario del suo modello educativo e sono riusciti ad essere tramandati nei secoli mantenendo intatta la loro potente fascinazione estetica. Questa potenza della poesia è un fatto del tutto eccezionale nella storia dell’umanità: esso è dovuto ad una situazione storico-sociale  caratterizzata dalla debolezza della religione e dalla debolezza della politica, cioè dall'assenza di una casta religiosa, custode di una ortodossia dottrinaria,  e dall'assenza di un potere politico forte ed organizzato su vasta scala. Moltissimi popoli hanno avuto una mitologia, ma  solo presso  i Greci sono  stati gli aedi e i poeti "a fissare una teogonia, a dare agli dei i loro epiteti, distribuendo onori e attributi, nonché a descriverne l'aspetto" (Erodoto, II, 53). Essi si presentavano come i portatori di un sapere impersonale che era loro trasmesso dalla Musa, alla quale non potevano opporsi, pena l'essere privati dalla facoltà del canto: essi  non dovevano rendere conto a nessuna autorità religiosa del contenuto dei loro poemi,  perché erano essi stessi gli unici depositari legittimati della mitologia. Questa infatti si presentava non come una  dottrina che   sollecitava un'adesione soggettiva, ma come un insieme di racconti  autorevoli, irriducibili all'alternativa  tra vero e falso. Il fatto che alle origini della civiltà occidentale la religione sia indistinguibile dalla cultura poetica  costituisce un evento di enorme importanza per l'estetica e un potente antidoto contro ogni forma di fanatismo e di fondamentalismo.

La seconda circostanza eccezionalmente favorevole al sorgere di un orizzonte estetico massimamente autorevole è costituita dalla mancanza nella Grecia omerica di un potere politico centralizzato paragonabile agli imperi orientali e perfino  di una organizzazione federale  stabile di città  e di villaggi.  Tutte le istituzioni politiche  di quest'epoca avevano un carattere fluido e flessibile. I cosiddetti re greci non sono a capo di veri e propri stati, ma di entità socio-politiche sovrapposte e la regalità non è affatto sinonimo di monarchia. Le decisioni sono normalmente precedute dalla convocazione di assemblee o di consigli.  Anche dal punto di vista socio-economico, la condizione dei notabili non è molto lontana da quella dei sottoposti.  Questa debolezza del potere politico rappresenta, non meno dell'assenza di una casta sacerdotale,  un evento decisivo perché separa fin dall'inizio la nozione di eccellenza da quella di supremazia sociale. Infatti l'aristocrazia in Grecia non è tanto una classe o un sistema di governo, quanto un principio regolatore,  un'idea che presiede alla domanda quale sia il miglior tipo di regime, da scegliersi tra la monarchia, l'oligarchia e la democrazia. I valori sono sempre espressi in termini aristocratici e - cosa di enorme rilievo - è l'aedo (non il capo politico) il giudice dell'eccellenza, colui che decide la reputazione e la trasmette ai posteri. La massima aspirazione di un capo dell'età omerica è quella di  diventare celebrato nei canti dei poeti. Il peggio che gli possa succedere è che non si dica nulla di lui.  Così in Occidente la poesia assume un ruolo di assoluta preminenza nei confronti della politica.

Come è noto, Atene in seguito al confronto vittorioso coi Persiani (a Maratona  nel 490 a.C. e a Salamina dieci anni dopo) riesce in un brevissimo periodo di tempo ad acquisire un ruolo egemonico nel mondo ellenico, in una condizione che continuò ad essere caratterizzata dall'assenza di una casta sacerdotale e da una estrema debolezza delle  istituzioni pubbliche. Gli ateniesi si trovarono dinanzi ad una quantità di problemi d'ogni genere, per la soluzione dei quali il riferimento alla  tradizione epica si rivelò necessaria, ma non sufficiente. Sorsero così numerosi aspiranti ad assumere l'eredità dell'epos aedico: il teatro greco (la tragedia e la commedia), la storia,  la retorica, e infine la filosofia,  nutrirono tutti l'aspirazione  di succedere all'epos e  di questo condivisero una  pretesa estetica di  tipo universalistico, cioè  soddisfare quei bisogni  di sicurezza e di orientamento generale, che in altri periodi e in altre culture costituirono la base  della  religione e della  politica.

Se dalla Grecia antica spostiamo la nostra attenzione alla Roma arcaica, arriviamo a conclusioni analoghe, non per mezzo della storia, ma della filologia. Le parole autore e autorità sembrano provenire da augeo, che vuol dire “accrescere, aumentare”. Tuttavia Emile Benveniste mostra che occorre risalire al  significato originario della radice indo-iranica aug- la quale rimanda ad un’idea molto differente: non all’atto di accrescere quanto che esiste già, ma a quello di istituire qualcosa che non esiste, di far sorgere qualcosa che prima non appariva. L’autorevolezza sarebbe quindi alla base di tutte quelle parole che  derivano dalla radice aug-. Ad augeo bisogna aggiungere auctorauctoritas,  ma anche augur  ed  auxilium.

Si apre così un orizzonte semantico-concettuale vastissimo, dal cui studio potrebbero derivare alcune conclusioni. In primo luogo, l’autore e l’autorità deriverebbero la loro autorevolezza da qualcosa che proviene dall’esterno  e non dal loro essere soggetti nel senso moderno del termine. Quindi ogni personalizzazione individuale o collettiva della letteratura,  della politica e della religione è priva di autorevolezza. In secondo luogo, sarebbe implicita nell’autorevolezza la capacità di prevedere le conseguenze delle azioni, tipica dell’augure  e di recare soccorso a chi è più debole venendo in suo aiuto.

Nella conclusione del  poema Andenken  (Ricordo) dello scrittore tedesco Friedrich Hölderlin (1770-1843), queste considerazioni sono condensate in poche parole: Was bleibt aber, stiften die Dichter (Ma ciò che resta, lo istituiscono i poeti).

Mario Perniola

 

 

PREMESSA

Angì Perniola, Autorità, autoritarismo, autorevolezza, autore.

Non tutti lo sono

Ho incontrato l'autorevolezza nel mio privato più di una volta; mi limiterò a citare due casi, nella famiglia e nella scuola.

In primis associo questo concetto a un dirigente della Banca d'Italia che ha saputo ottenere dai dipendenti rispetto e amore grazie all'esempio del suo stesso comportamento quotidiano. Non ha mai dovuto imporre nulla e quando si è verificato, eccezionalmente, qualche ritardo nell'orario di ingresso degli impiegati, lui, senza muovere rimproveri, sapeva prevenire il ripetersi dell'evento, premurandosi di accogliere con un saluto benevolo il trasgressore, arrivando in anticipo e dichiarandogli il privilegio di poter essere il primo ad augurargli una buona giornata e un proficuo lavoro quotidiano Tali circostanze non ebbero repliche. Il sottoposto non capitò mai più in quella manchevolezza.

Quando agiva così, forse aveva in mente Seneca:

“Longum iter est per precepta, breve et efficax per exempla”.

(Seneca, Lettere a Lucilio, 6,5).

L'altro esempio è un professore di cui ho sempre seguito l'esempio a scuola come docente.

Come discente invece, ho avuto per l'appunto un incontro particolarmente fortunato nel mio liceo classico: era un grecista e latinista  noto a livello internazionale. Questo certo per noi allievi è stato un vantaggio per le nozioni che egli ci ha trasmesso, ma non mi riferisco ora alle sue doti di vastissima cultura umanistica. Egli incarnava con l'autorevolezza del suo sapere l'”Ipse dixit” (Cicerone, De Natura deorum, I,5,10) e mai frase può essere più appropriata. Anche se l'espressione era già adoperata nella scuola pitagorica per invocare l'autorità del maestro, è con riferimento ad Aristotele che si è usato tale detto con grande fortuna per tutto il medio evo. Per lui, noi avremmo potuto: “Iurare in verba magistris” (Orazio, Epistole,I,1,14).

Un suo amico carissimo e collega invece, aveva fama e non solo fama, di molestare le ragazze (nulla di nuovo sotto il sole), non era per niente stimato.

Quanto alle persone autoritarie poi, coloro che praticavano il terrore per farsi ascoltare ce n'erano in passato e ce ne sono ancora adesso, ma di certo non tra le più apprezzate.

Eppure anche Machiavelli ci insegna che bisogna evitare il disprezzo e l'odio:                                                                                     

“E uno dei più potenti rimedi che abbi uno principe contro alle coniure, è non essere odiato dallo universale”. (Niccolò Machiavelli, Il Principe, XIX).

Ma di sicuro riuscire ad imporsi con l'esempio come faceva il Direttore, è  cosa fattibile oltre che auspicabile. Lo dice anche Manzoni:

“Ben di rado avviene che le parole affermative e sicure di una persona   autorevole, in qualsivoglia genere, non tingano del loro colore la mente di chi  le ascolta.”. (Alessandro Manzoni, I Promessi Sposi ).

A questo appunto servivano gli exempla medievali, a fornire un modello, un insegnamento, in quel caso morale con finalità religiose, agiografiche ed edificanti, con una forza tale però, nelle circostanze migliori, di agire sullo sprovveduto uditorio.

Ma era inusuale anche allora, trovare una figura di riferimento cui guardare con ammirazione e stupore. E' quanto invece accade a Virgilio di fronte a Beatrice, la “dottoressa” di Dante, una donna che può imporsi col suo solo apparire:

“tanto m'aggrada il tuo comandamento,

che l'ubbidir se già fosse, m'è tardi”. (Dante Alighieri, La Divina Commedia, Inferno, II, vv.79-80).

Anche Baltasar Gracián si esprime in tal senso in merito al “Naturale Imperio”:

“E' una segreta forza della superiorità. E non deve procedere da uno stucchevole artificio, ma da un carattere imperioso. Gli s'inchinano tutti senza saper come, riconoscendo il segreto vigore della connaturata autorità. Coloro che ne sono dotati, sono genii dominatori, sovrani per proprio merito e leoni per innato privilegio, che conquistano il cuore e anche la mente degli altri, in virtù del rispetto che suscitano.Se anche le altre doti li favoriscono, costoro son nati per essere 'primi mobili' potitici, perché un loro cenno ottiene più che la prolissa fatica degli altri” (Baltasar  Gracián, Oraculo manual y arte de prudencia, 42).

Ci poi anche le vittime di norme autoritarie che si fanno sempre più stringenti fino a provocare la follia. Il pensiero corre subito a Torquato Tasso che ha subito la duplice imposizione dei rigidi canoni aristotelici e l'esigenza di adeguarsi ai precetti religiosi della controriforma, altrettanto vincolanti e soffocanti, tanto da indurlo a sottoporsi lui stesso, di sua volontà, al controllo dei revisori che valutassero la sua opera sia sotto il profilo artistico, sia in relazione alla correttezza morale e religiosa. Ma quando il cerchio si è stretto in modo troppo assillante, la sua mente non ha retto.

Per uscire dall'autoritarismo intollerante, per emanciparsi bisognerà aspettare di essere finalmente fuori dal medioevo con l'ingresso nell'età moderna.

Ma non sarà così semplice: poi ancora Galileo Galilei che, costretto ad abiurare ai suoi principi per non soccombere al potere, è forse tra i casi più emblematici delle conseguenze disastrose della pressione esercitata dall'alto. Egli metteva in discussione oltre la teoria tolemaica, lo stesso fondamento dell'autotità su cui si reggeva la tradizionale concezione del mondo, perciò fu inevitabile la dura e intransigente reazione della chiesa.

Quanto all'autore poi, la consapevolezza di essere tale nasce tardi nell'arte e nella letteratura, dove a volte questi non si distingue dall'amanuense che copia i testi, solo in seguito, si radica ben bene. Se guardiamo al Decameron, infatti, troviamo oltre al Boccaccio, lo scrittore narratore, i dieci novellatori e poi i veri protagonisti delle novelle, un incastro di personaggi che via via prendono forma e vita; ognuno è in qualche modo gestore consapevole della narrazione.

Ludovico Antonio Muratori, riflettendo sul rapporto tra fantasia e intelletto, sostiene però l'autonomia dell'arte dalla scienza e dalla filosofia: nelle opere creative di scrittura, di letteratura ritiene si debba lasciare spazio alla fantasia, ma con l'uso dell'intelletto, intelletto come “amico d'autorità”. Solo così possiamo accettarla.

Perché:

“Ne' pazzi, ne' frenetici, negli ubbriachi, in chi sogna, e in chi è sorpreso da violenta ipocondria o malinconia, poco o nulla opera l'intelletto e il giudizio. La sola fantasia allor governa l'anima, e senza sentire il freno del giudizio, a suo talento va muovendo e sconvolgendo il regno delle sue immagini”. (L.A. Muratori, Della perfetta poesia italiana, libro I).

Quindi pertanto:

“Adunque convien dire che l'intelletto in qualche guisa ritenga il suo imperio sopra la fantasia de' buoni poeti, da che non può dirsi che assolutamente e affatto ei la signoreggi, come fa ne' filosofi e negli   storici; perciocché, se ciò fosse, non permetterebbe egli le immagini fantastiche, le quali, considerando il diritto lor senso, evidentemente son false. S'accorda egli perciò con la fantasia de' poeti non come assoluto padrone, ma come amico d'autorità; cioè non comandandole   aspramente, né impedendo i suoi natuarli deliri, ma consigliando, e solamente scegliendo quelle immagini che meglio serviranno a rappresentar qualche vero o verisimile, sia azione o costume, o affetto o sentimento, o altra cosa reale”. (L.A. Muratori op. cit.).

Allora l'autore non deve subire l'autorità dell'intelletto, ma usare la fantasia con intelletto, ma un intelletto amico di autorità.

Anche Giambattista Vico ci parla di autorità, quella studiata dalla filologia; per lui il termine deriverebbe dal greco autòs e sarebbe uguale a proprietà, quindi i rapporti di potere tra gli uomini sono di natura sociale ed economica.

Finalmente arriva l'Illuminismo che si esprime contro ogni principio di autorità, dei poteri, delle corti, della chiesa.

E infine:

“Galeotto fu il libro e chi lo scrisse

quel giorno più non vi leggemmo avante” (Dante Alighieri, La Divina Commedia, Inferno, C.V, vv.137-138).

E per concludere con Agostino:

“Roma locuta est, causa finita est” (Agostino, Sermoni, 131,10).

Come dire, di fronte a certe realtà è imposibile replicare: ubi maior...

Ma se l'autorevolezza è fonte di ammirazione e ispirazione:

“Ogni autorità è estremamente degradante”. (Oscar Wilde, L'anima dell'uomo sotto il socialismo).

Così i giochi sono fatti e ce n'è per tutti.

E dunque... non prendiamoci troppo sul serio.

Angì Perniola

 

N. 28
Ottobre 2014

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