EDITORIALE

Mario Perniola, Due agalmatofilie

La parola Agalmatofilia (amore per le statue) entra solo recentemente  nella nosologia medica anglosassone con gli studi di Alexander Scobie e Antony Taylor (1975).  Un caso è già descritto nel fondamentale volume di Richard von Krafft-Ebing, Psychopathia sexualis (1886), che getta le basi per lo studio scientifico delle perversioni. Tuttavia il fenomeno, è ben conosciuto dall’antichità ed ha trovato uno straordinario successo nella letteratura romantica. Su questa porta l’attenzione il raffinato volume di Laura Bossi, De l’agalmatophilie ou l’amour des statues (Paris, L’Échoppe, 2012), che sottolinea la presenza di questa parafilia in moltissimi racconti e romanzi tra Ottocento e Novecento, da Heine a Henry James, da Eichendorff ad Antonio Baldini, da Gautier a Oscar Wilde. Per comprendere la dinamica psichica di questa perversione è utile rifarsi al mito antico dello scultore Pigmalione raccontato da Ovidio (Le Metamorfosi, X, 243-297): questi s’innamorò di una statua femminile da lui scolpita, al punto da chiedere alla dea Afrodite di trasformarla in creatura umana vivente. Ciò che accomuna tutte queste immaginazioni erotiche è l’attribuzione alla statua di un valore che si vorrebbe rendere reale, effettuale, vivente. Alla base dell’agalmatofilia c’è dunque l’attribuzione di un’eccellenza che nel caso specifico del pigmalionismo riguarda l’opera d’arte, ma che può essere attribuita a molte altre entità. Come mostrano i saggi qui raccolti, ágalma ha molti significati: equivalente di scambio dotato di caratteri mitici nella Grecia arcaica in epoca premonetaria (Louis Gernet), valore cultuale dell’immagine degli dei (Karl Kerényi), oggetto del desiderio (Jacques Lacan). La plurivalenza di questa parola, che non a caso è stata scelta come titolo per questa rivista, rimanda sempre all’idea del valore nelle varie accezioni artistiche, economiche, religiose e psicologiche. 

Un valore da realizzare? Ora, non importa se sia realizzabile o no. Il punto cruciale è che in questo modo di pensare, il valore viene prima della realtà: può essere la statua fatta dall’artista o l’immagine divina, il bene inalienabile o l’oggetto pulsionale. In fondo è sempre un ideale, un dover-essere (il Sollen secondo la morale kantiana). Il cammino aperto da questa rivista tende a prospettare un altro modo di pensare l’agalmatofilia.  Nella prima concezione si dà per scontato di sapere dove stia il valore (anche se talora lo si pensa come un ideale irraggiungibile o inconoscibile): il problema in questo caso consiste nel trasformare questo valore in un corpo vivente, in una realtà effettuale, in un’azione concreta. Ma questa strada va facilmente incontro al fallimento, all’insuccesso, allo scacco e quindi genera frustrazione e disinganno, perché si scontra contro un mondo che non sa che farsene di un valore prefissato, prestabilito, predeterminato e tantomeno di una progettualità chimerica. Da queste osservazioni nasce un altro tipo di agalmatofilia, che considera il valore non un punto di partenza, ma come un punto di arrivo. In termini marxiani, l’agalmatofilia deve essere riportata con i piedi per terra: il valore è il risultato di un lavoro di valorizzazione che va svolto su qualcosa che esiste già. In altre parole l’alternativa non è tra l’essere e il nulla, tra il bene e il male: abbandoniamo il fanatismo, l’utopismo, il moralismo intransigente, cioè la tirannia dei valori, perché alla fine anche i migliori si stancano e una sola dottrina si afferma e si diffonde: “tutto è vano, tutto è indifferente, tutto fu” (Nietzsche). 

Questa rivista ha seguito fin dall’inizio la strada opposta all’agalmatofilia classica e romantica: non si è fatta araldo di “valori” o di progetti utopistici. Pur mantenendo un atteggiamento critico nei confronti del mondo così com’è, e pur considerando con grande attenzione e rispetto i gesti coraggiosi, le avventure estreme, i movimenti insurrezionali, il “vivere pericolosamente”, il volontarismo profetico, i martiri del bene e del male, ha cercato di non essere mai vittima dell’esaltazione  e della faziosità. In termini filosofici, né Kant, né Hegel; né il moralismo, né lo storicismo; né i profeti disarmati, né gli apologeti del successo. Ciò che alla fine verrà premiata è la modesta, prudente e instancabile solerzia nel ricercare, nello studiare, nello scrivere, mantenendo tutte queste attività in stretto rapporto con le esperienze  della vita privata e collettiva. Tanto per intenderci non ci interessano né i dilettanti, né i tromboni, piccoli o grandi che siano, ma le persone attente agli agalmata del passato e del presente, specie quelle che, avanzando con passi di colombe, sono foriere di futuro.

 

 

Angì Perniola, Premessa

   Il nome giusto

        Ágalma sarà anche, in base al suo significato, dono, decoro, ornamento, offerta di grande importanza, motivo di orgoglio, effigie di un dio, cosa pregiata..., ma è soprattutto oggi, il nome della nostra rivista e, come tale, è appunto ancora più 'prezioso' proprio in quanto 'nome' e se esso è un destino, come dicevano gli antichi: “nomina omina” e quindi “nomen omen”, e allora è in effetti così, qualcosa di inestimabile valore.

   Ma anche “nomina sunt consequentia rerum”  (Dante Alighieri, Vita Nova, XII,4), frase derivata dalle Institutiones di Giustiniano (2,7,3): dolce il nome, dolci gli effetti. Ma il Sommo Poeta parlava di amore, l'imperatore di tutt'altro, di sterili contratti matrimoniali.

   Tuttavia i nomi sono anche involucri.

   E' pur vero, infatti, dice Roscellino di Compiègne, che le idee generali sono nomina, semplici emissioni di voci, flatus vocis, senza corrispondenza nella realtà.

   Come ci ha ben spiegato Umberto Eco, citando Abelardo: nulla rosa est (Umberto Eco, Postilla a Il nome della rosa, Bompiani, 1984).

   Si spiegherebbe così il fatto che certe parole sono impronunciabili, come per esempio: marito, moglie, cognato, suocera etc, perché non esistono in natura, mentre altre sono corrette, restando sempre nell'ambito dei legami familiari ad esempio: padre, madre, fratello, sorella, zio… di proprietà esclusiva di ognuno.

  Ancora poi ci sono quelle che generano afasia nel parlante per la loro esclusiva sacralità.

   Ce l’hanno insegnato anche i poeti provenzali che il nome dell'amata/o non si deve proprio mai concretizzare in termini reali, ma deve essere ben tutelato e coperto con un senhal.

   E infine anche il secondo comandamento recita: “Non nominare il nome di dio invano...”.

   Insomma certe cose non si possono proprio dire o fare; è un po' come camminare nei campi cimiteriali sulle zolle dove sono sepolti i corpi dei defunti.

   Del resto anche Dante si era cimentato con le difficoltà dell'esprimere l'ineffabile, di dire ciò che è indicibile:

    Nel ciel che più della sua luce prende

    fu'io, e vidi cose che ridire

    né sa né può chi di là sù discende;

    perché appressando sé al suo disire,

    nostro intelletto si profonda tanto,

   che dietro la memoria non può ire.

   (Dante Alighieri, La Commedia, Paradiso, canto I vv.4-9)

 In quel senso ci conforta anche un altro vate, anzi il Vate per eccellenza: certe realtà sono assolutamente inarticolabili perché un divieto li rende tali:

    ...e ti dirò per qual segreto

    le colline su i limpidi orizzonti

    s'incurvino come labbra che un divieto

    chiuda, e perché la volontà di dire

    le faccia belle

    oltre ogni uman desire...

   (Gabriele D'Annunzio, Alcyone, La sera fiesolana,  vv.40 e segg.)

   Alcune dunque sono troppo preziose e sacre, agalmatiche per così dire; oppure invece, come dicevamo prima, altri concetti non lo sono altrettanto solo però perché non corrispondono a nulla, sono vuoti, sono privi di sostanza, semplici fenomeni, apparenze che non hanno dietro di sé, per dirla con Kant, nessun noumeno (Immanuel Kant, Critica della Ragion Pura, Appendice dell'Analitica Trascendentale). Ma anche Platone aveva applicato appunto questo argomento al mondo delle idee e non a quello sensibile (Platone, Repubblica VI 509 d; Timeo 30d, 51d).

   Per tornare a D'Annunzio, per lui si tratta anche di un fatto di bellezza formale e, certo il teorizzatore del panismo estetizzante, era ben titolato ad affermare quanto, molto più modestamente, noi stiamo cercando di argomentare.

   Infine, cos'è Ágalma se non proprio 'Ágalmatofilia', in un significato però tutto particolare di amore per questa specifica 'statua' (ovviamente il termine latino deriva dal verbo statuere, cioè porre)? Collocare quindi qualcosa che si trova nel profondo, innalzare dunque tale monumento che è appunto Ágalma, rivista di studi culturali e di estetica; cosa che ben sanno i nostri più affezionati lettori.

 

 

N. 27
Aprile 2014

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