EDITORIALE

Tutti scriventi, nessuno scrittore?

Il presente numero di AGALMA si apre col saggio di Roland Barthes, Scrittori e scriventi che risale al 1960. Desta meraviglia che  a distanza di cinquant’anni la domanda  non solo resti di attualità, ma si ponga in modo molto più urgente. Infatti, sembra ormai che la possibilità di essere uno scrittore si sia quasi estinta. A questo decremento della possibilità di una scrittura letteraria hanno contribuito molti fattori. Farò riferimento solo all’ultimo: la proliferazione esorbitante delle scritture che passano attraverso Internet (blog, forum, presentazioni editoriali, giornali online, commenti ecc.) le quali usano il linguaggio in modo meramente strumentale, ignorando che la letteratura nasce a partire dal momento in cui si interroga su se stessa, sul suo rapporto con la tradizione letteraria in cui si pone e sulla sua relazione col mondo. Paul Valèry già all'inizio del Novecento si interrogava: "Si tout le monde écrivait, qu'en serait-il des valeurs littéraires?" (Cahiers, tome XII, 1884-1914, Paris, Gallimard, 2012). 

Nell'editoriale del numero 17 di AGALMA ci si chiedeva: "Scrivere, scrivere… perché?": ha senso una scrittura che non è letta da nessuno? Certo può avere un ruolo terapeutico o ricreativo: ma questo ha poco che fare con la letteratura. Nel corso del Novecento fu soprattutto il critico letterario Michail Bachtin  (1895-1975) a porsi questo problema. Egli infatti Bachtin poneva al centro della sua riflessione estetica il bisogno di riconoscimento provato dall’autore: l’esperienza estetica non è, come vuole Dewey, un fenomeno che trova la sua conclusione nella realizzazione dell’opera d’arte, quasi che l’autore fosse autonomo e autosufficiente. In realtà l’essere umano non riesce a completare la percezione di sé da solo, ma ha bisogno dello sguardo dell’altro: io non posso diventare me stesso senza l’azione dell’altro. Autoritratti e autobiografie hanno perciò qualcosa di spettrale: manca loro la tensione emozionale ed affettiva che nasce esclusivamente dal rapporto con l’altro. L’esperienza estetica presenta perciò un carattere essenzialmente dialogico: i valori di una persona dipendono dalla testimonianza e dal giudizio altrui. Senza la partecipazione altrui io sono per me stesso irreale. Perciò Bachtin rifiuta la teoria dell’empatia, che considera l’esperienza estetica come una proiezione dell’io sulle cose: in opposizione ad essa egli introduce il termine essotopia, che appunto  designa  la condizione del  trovarsi al di fuori di se stessi. Il centro dell’esperienza è perciò dislocato all’esterno, nella coscienza e nel sentire dell’altro.

Infatti nessun evento si sviluppa e si risolve nell’ambito di una sola coscienza: ogni parola ha un destinatario a cui pensa di rivolgersi; la cultura non può fare a meno dell’ascolto e del riconoscimento. Quando questi mancano si fa strada la tentazione di chiudersi in una solitudine orgogliosa che pretende di fare a meno degli altri; ma occorre sottrarsi a questo errore, facendo appello ad un  “superdestinatario”, la cui attenzione  e il cui giudizio imparziale si pongono al di là della realtà empirica; tale istanza assume, a seconda delle epoche, varie identità ideologiche (Dio, la verità assoluta, la scienza, il popolo, il tribunale della storia...). Ogni discorso ha come proprio elemento essenziale il bisogno di essere ascoltato.  

Tuttavia l'importanza della ricezione non deve essere esagerata. E' molto dubbio che un’opera non possa essere compresa se si prescinde dall’effetto che ha prodotto. La tesi sostenuta dallo studioso tedesco Hans Robert Jauss (1921-1997), secondo il quale la storia della ricezione è parte essenziale dell’opera stessa, implica un totale scetticismo nei confronti del valore autonomo dell'opera, la quale ha una validità intrinseca indipendente dalla vicenda storica della sua fruizione. Il caso più clamoroso (e forse unico nella storia della cultura) è quello del filosofo italiano Andrea Emo  (1901-1983) che condusse quasi senza interruzioni per più di sessant’anni (1918-1981) in circa quattrocento quadernoni  per un totale di quarantamila pagine, una ricerca filosofic-letteraria sotto forma di diario-zibaldone, senza voler pubblicare la minima riga di questo gigantesco corpus e senza darne a chicchessia nemmeno la minima contezza orale. Egli ha realizzato la forma più coerente e radicale del non pubblicare.  Questo programma di assoluto e totale rifiuto di una cultura aperta sulla società è chiaramente formulato con estrema precocità da Emo il quale a 28 anni scrive di considerare la sua scrittura "come una epistola che io solo a me soltanto intendo scritta, come al più degno corrispondente” e che perciò è libera da “ogni necessità di diffondere pubblica chiarezza con il riferimento metaforico ad oggetti e fatti comuni e volgari” (Quaderni di metafisica, Milano, Bompiani, 2006, p. 81). Nel comunicare sotto qualsiasi forma il suo filosofare in atto Emo vede la sua immediata falsificazione, la caduta nella socialità, la quale “è il nido della menzogna” (Supremazia e maledizione, Milano, Raffaello Cortina editore, 1998, p. 109). Infatti “l’uomo pubblico sa di avere fatto un patto col diavolo, di avere venduto l’anima, cioè di avere rinunciato alla verità […]. Il diavolo è la società a cui ha venduto l’anima. L’uomo pubblico, se è degno di questo nome, deve essere un oppressore. La tirannia è la sua redenzione – e forse il popolo, la società si redimono nel tiranno, che si sacrifica per tutti”. 

Mai come oggi l'alternativa tra lo scrivere per tutti e lo scrivere per nessuno si è posta in modo tanto drammatico, specie se i considera il fatto che la maggior parte dei testi rivolti a tutti (per esempio i blog) non sono letti da nessuno. Al contrario, è possibile che  testi scritti per nessuno (come la maggior parte dei testi accademici, poetici e letterari) trovino qualche lettore. Tra queste due opzioni estreme si pongono molte soluzioni intermedie in cui le figure dello scrittore e dello scrivente si confondono e si sovrappongono, come Barthes aveva compreso già cinquant'anni fa. Le scelte editoriali non possono prescindere dall'affrontare questa problematica molto complessa, che si sviluppa in molti interrogativi: scrivere e pubblicare per molti o per pochi, per un pubblico universitario o per una audience più vasta, per i bibliofilia o per il remainder, per la nazione o per il mondo? Copyright o copyleft? Best seller, long seller, hard seller? Tutte questioni che possono essere risolte solo attraverso una stretta collaborazione tra autore ed editore.

 

 

 

N. 23
Aprile 2012

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