EDITORIALE

Tutti divi, nessun divo

Il primo è stato Marx a sostenere che nella società comunista, nessuno ha una sfera di attività esclusiva, per cui tutti potranno essere artisti: infatti non essendovi divisione del lavoro, “non esistono pittori, ma tutt’al più uomini che anche, tra l’altro, dipingono”. Poi il poeta  Lautréamont sostenne: “La poesia deve essere fatta da tutti non da uno”.

Agli inizi del Novecento si fa un ulteriore passo avanti: secondo l’anarco-comunista polacco Makhaïski, la politica non deve essere fatta dagli intellettuali, ma da tutti. Sotto questo aspetto anticipa Berlusconi, il quale pensa che la politica può essere fatta da tutti. Poi con Dada è chiaro che non ci vuole nessuna particolare competenza artistica per fare un’opera d’arte. Dagli anni Sessanta del Novecento in poi il professionismo è oggetto di una critica che non risparmia nessuna attività, nemmeno quelle artigianali e tecniche. Infine per Wahrol chiunque può essere famoso per un quarto d’ora. Siamo entrati nell’ultima fase del populismo, quella divistica. Facebook e altri social networks simili mettono il divismo alla portata di tutti.

Questa completa destabilizzazione del principio  su cui era basata la società moderna secondo cui “sapere è potere”, ha nella società euro-americana origini secolari. Nello stesso tempo in cui gli intellettuali (nelle tre forma di giornalisti, professori e  politici) sono diventati con l’Illuminismo gli uomini più influenti della nazione, si è innestata una tendenza opposta, la quale si manifesta già con la Congiura degli eguali (1796) di Babeuf e Buonarroti. Quanto agli Stati Uniti, l’anti-intellettualismo è un fenomeno ricorrente che ha le sue radici profonde nelle sette del risveglio evangelico che identificano la verità col successo pratico e con l’operativismo. Si arriva così alla situazione attuale in cui ogni preminenza intellettuale è considerata come un attentato all’eguaglianza. E ciò avviene in Italia più che altrove, perchè, a differenza di altre nazioni, il Sessantotto ha trovato un terreno fertile per sviluppare i suoi aspetti più negativi: la confusione tra autoritarismo e autorevolezza, il vitalismo che considera la spontaneità un valore in sé, l’avversione nei confronti delle istituzioni,   l’individualismo senza freni, nonché l’ostilità per le prove di grandezza che vengono sistematicamente sostituite da prove di forza.

La destabilizzazione non ha risparmiato nemmeno il divismo: l’attore cinematografico, che ha costituito, per alcuni decenni, secondo Richard Dyer, il prototipo della star è stato detronizzato dagli atleti e dai cantanti e dai musicisti pop; alla fine anche questi appaiono destituiti dalla domanda fatale: “Perchè lui o lei, e non io?” .

Infatti dal momento che tutti i criteri oggettivi di legittimazione e di riconoscimento sono saltati e qualsiasi tipo di riuscita mondana   suscita il sospetto di essere stato ottenuto mediante mezzi illeciti, illegali, immorali o manipolati, questa domanda è più che mai comprensibile. Tuttavia  qualche volta, per caso o per imprevisti o per incapacità di gestione del malaffare, le cose non stanno in questi termini: se la demeritocrazia fosse universale, nulla potrebbe più funzionare. Osserva  Solženiczin che una delle causa del crollo del regime sovietico fu la “selezione all’incontrario”, attraverso la quale   le persone di maggior valore morale e intellettuale erano sistematicamente eliminate. 

 

Mario Perniola

 

 

Introduzione  

Nota del curatore: Divismo e antidivismo

Il rapporto tra espressione divistica e scena politica non è un fenomeno che nasce negli ultimi anni, come dimostrano con estrema pregnanza ed efficacia i saggi scelti per questo numero di ‘Agalma’. L’espressione politica si è sempre costruita sulla spettacolarizzazione del sé, sull’adeguamento del corpo politico alle tendenze della produzione della cultura popolare. Basti pensare a come il corpo mussoliniano arrivi paradossalmente ad assomigliare, sia nei tratti somatici che nell’esagerata gestualità, all’idolo del cinema muto Bartolomeo Pagano, più noto con il nome di Maciste (Lotti) o a come la vittoria di alcune figure alle elezioni presidenziali sia stata guidata e costruita attraverso i meccanismi di costruzione delle star messi in atto nello studio system hollywoodiano (Jandelli). Il divo è un politico, in grado di indirizzare i gusti delle masse, ma il politico è divo quando è capace di costruire largo consenso intorno alla sua figura, a prescindere dai contenuti che veicola. 

Ritornare sul tema del divismo oggi, significa intraprendere un’operazione di svelamento, resa possibile dal fiorire di nuovi studi, soprattutto di matrice nord americana, tesi a dimostrare come il divo sia sempre stato il punto di confluenza di tendenze sociali, storiche, economiche e politiche e ben più raramente un semplice corpo-oggetto offerto in pasto a masse poco consapevoli. Emblematico è il caso di Rodolfo Valentino, forse il primo vero divo su scala mondiale, costantemente dilaniato nell’immagine mass mediatica tra trascendenza e razzialità, tra deificazione e stigmatizzazione; corpo inerme che si presta a diventare nello stesso tempo il simbolo della passionalità latina e dell’androginia angelica (Bertellini), soggetto in-conoscibile che diventa materia fantastica per false biografie che ne sottolineano i caratteri funzionali alla costruzione del consenso (Alovisio). Josephine Baker (De Berti), costantemente divisa tra fascinazione per la diversità razziale e tentativi di assimilazione e normalizzazione, diva schizofrenica che alterna caschi di banane e collane di perle, pronta a soddisfare con rassegnata abnegazione le richieste del pubblico e del mercato.  L’interpretazione del divo come soggetto passivo, manipolato dalle stringenti necessità commerciali delle majors, viene messo parzialmente in discussione da due interventi che, a partire da metodologie e presupposti differenti, ribaltano le teorie più accreditate sul divismo, rivendicando per l’attore una funzione attiva di manipolazione e di costruzione autonoma del messaggio che la sua corporeità arriva a vincolare. E’ il caso di Clara Bow (Pravadelli), la ‘It  girl’, del cinema classico americano, che ribalta il ruolo passivo della diva da contemplare, rivendicando per la figura femminile un attivismo professionale e sentimentale che il cinema non aveva ancora, sino ad allora, conosciuto. Il percorso biografico della Bow e le tendenze di emancipazione femminile che contraddistinguono la società americana degli anni’20, informano la scelta dei ruoli da affidare alla giovane working girl in ascesa, costruendo, con rara intelligenza, una carriera nella quale la diva viene ad avere una parte attiva e non più soltanto strumentale al piacere scopico del pubblico maschile. D’altro canto anche una figura come Gary Cooper (Pierini) fatica a trovare una collocazione di ruolo, svincolandosi con intelligenza dai ruoli precostituiti per lui dalla Paramount, una delle case di produzione più importanti del periodo. Gary Cooper, figura difficile da incanalare in uno stereotipo e allo stesso tempo attore abile a sfuggire all’imposizione di qualsiasi forma di carattere (il cowboy buono del Montana, ruolo dal quale si libera molto presto), diventa il divo che fa della propria versatilità la carta vincente, diversamente dal ‘fragile’ Valentino, che si lascia manipolare e ingabbiare in ruoli limitanti per se e per il proprio sviluppo professionale. Cooper inaugura la figura del divo contemporaneo, il quale, aiutato da uno staff di collaboratori che ne perfezionano l’immagine in rapporto alle scelte politiche e sociali, costruisce in autonomia l’immagine che desidera dare di sé al pubblico. Ed eccoci alle stars di oggi con il loro attivismo ambientale, con le loro idee progressiste e con la loro fertilità esibita (Jandelli); o forse eccoci giunti alla fine del divismo, una fine che non produce un antidivo, ma un divo addomesticato, un ‘divettino’ televisivo, dal bassissimo potere fascinatorio. Al punto che l’emancipazione del corpo attoriale dalle leggi del mercato ha prodotto un abbassamento del divino alla dimensione quotidiana: il vero divo non si occupa direttamente di politica, non esibisce pance e pannolini, non scende al livello dei comuni mortali, ma apre la porta al sogno irriducibile di una vita superiore, fatta di lusso, di classe e di disinteressamento totale alle problematiche del quotidiano. Oggi questa forma di divismo si è completamente eclissata e il digitale, con le sue immense potenzialità, sta operando la progressiva cancellazione del corpo attoriale, la sua riconoscibilità, presupposto indispensabile per ottenere l’adorazione del pubblico occidentale e orientale (Colet). Il corpo digitale (Pitassio) diventa operabile, modificabile e strumentale alla tecnologia e come nel cinema delle origini, è l’evoluzione strabiliante della tecnica (il 3d) a smuovere il sonnecchiante pubblico televisivo e non il divo, la star, che non è più, da tempo,  garanzia di incassi sicuri. Fine del divo dal punto di vista commerciale, ma anche, quindi, dal punto di vista della riconoscibilità somatica (il successo planetario del videogame, come forma di intrattenimento privilegiata della contemporaneità, suffraga proprio questa ipotesi); fine del potere fotogenico del cinema (Mazzei), di quel cinema che era in grado, attraverso il fascino che emanava dal grande schermo, di trasformare volti comuni e banali in appendici del  divino tra i mortali. Sarebbe ancora possibile al giorno d’oggi la bella parabola, tratta dal racconto di Annie Vivanti,  della bruttina Alda Colli, scambiata per un banale scherzo del destino, per la vincitrice di un concorso di bellezza e assurta, nonostante tutto, al rango di diva intercontinentale? La risposta sembra negativa, il cinema di oggi non costruisce più auree intorno ai suoi protagonisti, tutti possono essere Alda Colli, tutti vogliono essere Alda Colli e avere diritto a qualche ora di apparizione (i quindici minuti warholiani non bastano più) in un qualche reality show. 

Rimangono i luoghi dell’antidivismo, o per meglio dire, come rileva Donatella Orecchia a proposito di Petrolini, del contro-divismo. Il divismo è finito e l’antidivismo si è rifugiato nel rituale iniziatico del teatro d’avanguardia (Ferraresi) incarnato da compagnie iconoclaste come la Societas Raffaello Sanzio e, aggiungiamo noi, la Fura del Baus. Il teatro è ancora il luogo di un discorso possibile, laddove il cinema vive ormai di autoreferenzialità, al punto che il neo-divo della contemporaneità non è un attore, ma la versione fortunata di Ed Wood (Dall’Asta), ovvero un rielaboratore postmoderno del cinema di genere, Quentin Tarantino. Il divismo ha, dunque abbandonato l’attore, l’interprete, sopravvive sotto forme di parodia grottesca e di mascherata pseudo-carnevalesca (Tarantino per i cinefili e Lady Gaga, per gli adolescenti); come nel mito, Apollo, il dio,  viene sfidato da Marsia, il quale viene punito, per tanta superbia, ricevendone in cambio un corpo scorticato, corpo digitale, disintegrazione dell’immagine divina di natura violenta e non pacificata. Tutti corpi, nessun divo. 

 

Ivelise Perniola

 

 

N. 22
Ottobre 2012

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