EDITORIALE

Scrivere, scrivere… perché?

Il mondo è sovraffollato di scritture che nessuno legge. Pare che ci siano cento milioni di blog, la stragrande maggioranza dei quali non è presa in considerazione da chicchessia. In gran parte, non si tratta veramente di scritture, vale a dire di composizioni dotate di una consapevolezza critica della tradizione letteraria, ma di trascrizioni di parole orali,  sfoghi, libere espressioni spontanee che appartengono ad una sfera privata incapace di suscitare  l’attenzione e l’interesse di qualcuno. Tutti vogliono parlare, ma non c’è più nessuno ad ascoltare.

Al grado zero della scrittura si accompagna il grado zero della comunicabilità, la quale è a sua volta il grado zero dell’esperienza. La tecnologia informatica  della comunicazione,  nei suoi ultimi sviluppi, produce un risultato esattamente  opposto a quello che propone: non la libera partecipazione di tutti ad un mondo comune, ma la chiusura ermetica, l’incapsulamento dei singoli in se stessi, il moltiplicarsi di esistenze murate e inaccessibili a qualsiasi discorso differente dalla clonazione del loro sfogo. La patologia che sembra più prossima a quest’ultimo sviluppo della tecnologia di Internet sembra perciò l’autismo, i cui caratteri specifici sono appunto l’incapacità di interazione sociale e di rapporti di reciprocità, l’indifferenza emotiva agli stimoli esterni o la reazione scomposta ed ipereccitata, la paura del cambiamento, l’ecolalia, vale a dire la ripetizione stereotipata di ciò che è ascoltato.  E’ stato osservato che la cultura dei blog si muove in una direzione opposta alla globalizzazione, perché, essendo legata allo spontaneismo espressivo e all’estensione digitale dell’oralità, adopera le lingue nazionali e addirittura  gerghi conosciuti da cerchie sociali molto ristrette. Il primo esito è perciò la provincializzazione d’Internet, nel quale la lingua inglese occuperebbe soltanto il 30% dell’intero traffico della rete mondiale: questo fenomeno non ha tuttavia un risvolto neo-nazionalistico, ma conduce ad un ripiegamento provinciale e “strapaesano” della blogosfera.

Secondo Geert Lovink, direttore dell’Institute of Network Culture del Politecnico di Amsterdam, il carattere autobiografico dei blog comporta una confusione tra il pubblico e il privato, che induce i blogger a esprimersi in modo disinibito e pieno d’ira, imbarbarendo lo stile del dibattito politico. Il modello argomentativo su cui si basa la cultura politica tradizionale viene sommerso dall’insulto, dal sarcasmo e dall’irrisione: il blog sarebbe per lo più il rifugio di opinioni imbarazzanti e di cattivi sentimenti che, anche quando risultano convidivi da altri utenti, non sottraggono il singolo alla patologia dell’autismo e dell’autoreferenzialità. Lovink sottolinea il successo in Olanda dei cosiddetti shockblog, vale a dire di quei blog che si reggono sull’espressione di tutto ciò che non è politicamente corretto (dall’antisemitismo all’odio nei confronti di qualsiasi tipo di elite). Infatti, ci si rifiuta di prendere in considerazione  coloro che pensano diversamente e si linka solo i siti che sono percepiti come affini. Secondo Lovink, la tonalità emotiva che pervade quelli che chiama “il microeroismo di gente in pigiama” in Internet è la noia; la sua strategia occulta è far precipitare ogni cosa nella completa irrilevanza e futilità.  A partire dal momento in cui attraverso la tecnologia ADSL, si è sempre on line, sorge una dipendenza compulsiva che annulla la distanza tra il reale e l’immaginario e dissolve l’identità del singolo in una corrente comunicativa senza sosta.

L’Italia si rivela ancora una volta un laboratorio socio-politico di grande interesse: l’autismo comunicativo acquista un carattere epidemico e una fisionomia collettiva nell’antipolitica di un comico, Beppe Grillo, il cui blog riceve qualche migliaio di commenti ogni giorno. Questi riesce a mobilitare centinaia di migliaia di persone, spostandole dalla tastiera del computer alla piazza, all’insegna dello slogan più banale e triviale: “Vaffanculo!”  In questo modo gli “incazzati in pigiama” si sottraggono alla noia e ritrovano una  pseudo-identità, in una specie di “autismo di massa”, che costituisce un fenomeno differente dal populismo, dal qualunquismo e dal moltitudinismo.

Ma cosa c’entrano i blog e Beppe Grillo con la letteratura e con l’arte? Essi sono il prodotto finale, la forma compiuta, il punto d’arrivo di un disastro che è cominciato molto tempo fa e che può essere definito come il dissolvimento dell’opera nella comunicazione. Il proliferare bulimico di scritture che pretendono di essere in presa diretta con l’attualità registrandola nel momento in cui avviene comporta conseguenze clamorose sulla letteratura, rendendola impossibile. L’autismo comunicativo  toglie ogni autorevolezza all’autore,  contrae il passato e il futuro in un presente effimero, spezza ogni rapporto con una dimensione storica collettiva la quale implica l’esistenza di un significato che va aldilà della mera cronaca.

L’ origine dell’autismo dell’immediatismo e del presentismo dei blog sta nel Romaticismo, che ha attribuito all’autore la pretesa di avere nei confronti delle proprie opere un atteggiamento ironico  ed ha assegnato alla soggettività infinita un primato assoluto nei confronti di qualsiasi prodotto. Nel corso del Novecento le avanguardie artistiche e letterarie hanno radicalizzato questo orientamento. Nella letteratura, il romanzo L’innominabile di  Samuel Beckett, porta la narrativa nel vicolo cieco dell’autismo comunicativo dei blog.  Non c’è più la possibilità di raccontare qualcosa che interessi a chicchessia, perché è venuta meno la possibilità stessa dell’esperienza, perfino quella della scrittura. I blogger sono innominabili  che non sanno quello che fanno e non hanno neanche alcun interesse né  possibilità  di saperlo. Lo scrittore francese Jean Paulhan, si chiedeva ironicamente: “ Chi potrebbe tollerare, si domanda un giovanotto, di non essere uno scrittore?”  ma aggiungeva: “ E ogni giovane scrittore si meraviglia che lo si possa considerare solo uno scrittore”, perché pretende di esprimere se stesso liberamente senza essere condizionato dalle convenzioni letterarie, esattamente come l’estensore dei blog.

In altre parole, tra L’innominabile e Beppe Grillo non esiste soluzione di continuità: perché mai uno dovrebbe leggere Beckett, se questi non è capace di raccontare nessuna azione, nessuna esperienza che riguardi anche gli altri? Il ragionamento del blogger è dunque questo: “Perché deve essere solo lui a parlare di se stesso? Tutti devono poter parlare di se stessi, anche se nessuno li ascolta”. Ma giustamente scriveva  Malraux nelle sue Antimemorie: “Che cosa importa ciò che importa solo per me?”.

 

 

Mario Perniola

 

 

N. 17
Marzo 2009

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