EDITORIALE

Dal feticismo al fetish

Com’è noto, il feticismo è una formazione psichica con risvolti antropologici, religiosi, economici e sessuali molto complessi, il cui concetto è stato elaborato da Kant, Marx, Freud, Benjamin, Adorno, Lacan e altri studiosi. Si tratta di un fenomeno che anche in passato è stato relativamente raro e di una nozione la cui comprensione richiede una grande applicazione mentale. È vero che, come scrisse Platone, citando un motto di origine orfica: «Molti agitano il tirso, ma pochi sono baccanti». Certo è che, a giudicare dal suo successo nell’industria culturale, nella pubblicità e nella cultura di massa, sembra che la maggioranza della popolazione dei paesi sviluppati sia diventata feticista, anzi fetish. Fetish non è però un semplice sinonimo di feticismo. Considerando il fetish come la forma degradata e caricaturale del feticismo, sorge spontanea una domanda: come si è arrivati dal feticismo al fetish, vale a dire da una perversione che implica un mondo immaginativo ricco di mediazioni e di metafore, un orizzonte culturale ampio e produttivo di opere, un’elaborazione simbolica suscettibile di un’ermeneutica sottile, ad una pratica volgare e meramente ricreativa che si riassume nella frase «famolo strano»? In altre parole, come mai anche il feticismo è caduto così in basso?In questa discesa si possono individuare sei momenti. Il punto di partenza è la teoria di Charles De Brosses, secondo cui il feticismo è la forma più primitiva e rozza di religione, ripresa e sviluppata da Kant. Successivamente Marx vede nel feticismo l’aspetto essenziale della merce e del denaro e Freud lo collega col trauma infantile che sorge nel bambino quando si accorge della mancanza del fallo nell’anatomia femmnile. Sempre a questo primo momento appartengono le considerazioni di Benjamin sulle esposizioni universali e di Adorno sull’essenza dell’arte, nonché i romanzi e i racconti di molti scrittori come, per esempio, Klossowski e Tanizaki.Un secondo passo è compiuto da quegli outsiders che vivono intensamente questa perversione al punto da dedicarvi tutta la loro vita, diventando figure di culto del feticismo. Un posto d’onore è occupato da John Willie (1902-1962), che pubblica a intervalli irregolari a proprie spese tra il 1948 e il 1959 una rivistina semiclandestina intitolata Bizarre (ristampata dall’editore Taschen in due volumi nel 1995), da Robert Bishop (1945-1991), definito il «Rembrandt della bondage art», da Eric Stanton (1926-1999), specializzato in raffigurazioni sado-masochistiche (ripubblicate dall’editore Taschen in tre volumi tra il 1997 e il 2001), da Tom of Finland (1920-1991), specializzato in arte omoerotica, per la promozione della cui opera è stata creata una Fondazione. Qui ci muoviamo nell’ambito dell’Outsider Art.In seguito alla deregolamentazione dei costumi negli anni Ottanta e all’affermarsi di un’arte che si confonde con una comunicazione basata sulla provocazione, gli anni Novanta vedono l’affermarsi di professionisti della Fetish Art, come Eric Kroll, Annie Sprinkle, Franco Saudelli. Si tratta di autori che hanno istituzionalizzato la perversione feticistica, mettendo a frutto indubbio talento tecnico, genio inventivo e capacità imprenditoriali.Con la diffusione massiccia della pornografia via Internet si entra in un quarto livello in cui il feticismo passa da perversione a dipendenza. Quest’ultima è una psicopatologia più banale, caratterizzata dal bisogno di un oggetto senza qualità e intercambiabile, che deve essere soddisfatto con la massima urgenza in modo compulsivo, senza elaborazioni simboliche, sospensioni, attese e significati. Entriamo nel vero e proprio mondo del fetish che ha una tonalità emozionale tossicofila più che perversa.Ma la dipendenza costituisce ancora un grave problema psicologico, di cui è ben consapevole chi ne è affetto. Essa si accompagna ad una frustrazione profonda e all’impossibilità di elaborare simbolicamente ciò che si desidera. Il quinto livello del fetish è la pura e semplice ricerca di partners che a pagamento forniscano tali prestazioni. Non costituisce una novità, perché si tratta di un aspetto della prostituzione che è sempre esistito. Gli aspetti inediti derivano sia dalla facilità di ottenere quanto si cerca via Internet, sia dal fatto che il motore psichico non è più la perversione, né la dipendenza, ma la curiosità.Siamo arrivati all’ultimo livello, quello del fetish come ricreazione, vale a dire al «famolo strano», senza spesa, eventualmente con la partecipazione di altri che cercano di sottrarsi alla vera malattia della modernità occidentale, l’anedonia, l’incapacità di provare piacere e desiderio.

 

 

Mario Perniola

 

 

N. 16
Settembre 2008

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