EDITORIALE

Trash o ipocrisia?

C'è qualcosa di paradossale nel fatto che una rivista come "Àgalma", che è nata da un progetto di ricerca dell'eccellenza e ha dedicato molti suoi articoli allo studio delle questioni connesse al riconoscimento, all'approfondimento della categoria della magnificenza, alle strategie che stanno alla base delle prove di grandezza, alle dinamiche socio culturali da cui nascono i valori simbolici, si occupi in questo numero del trash. Questo termine, il cui significato originario vuoi dire ramoscello spezzato (vale a dire cosa di nessun valore), è successivamente diventato sinonimo di immondizia, rifiuto, spazzatura; ma nel corso degli ultimi decenni si è trasformato in una categoria estetica autonoma rispetto al ben più noto e studiato kitsch, cioè alla non arte, opposta alla vera arte dell'avanguardia.

Le radici culturali del trash sono differenti da quelle del kitsch e affondano in un apprezzamento degli aspetti per così dire "bassi" dell'esistenza, che ha trovato nel filosofo Friedrich Nietzsche e nello scrittore francese Georges Bataille i primi e più acuti fautori. Il primo oppone all'idealismo estetico, che si limita a considerare la bella apparenza, L'uomo sottocutaneo cioè le masse sanguinolente, gli intestini, le viscere e tutto ciò che fuoriesce da questi, come escrementi, orina, saliva, sperma. Il secondo porta la sua attenzione sui fenomeni più impuri e degradati della vita, sui processi di decomposizione, sulle esperienze più malsane, che l'ipocrisia sodale nasconde e rimuove. Per loro la vera esperienza estetica non è più il gusto, che sembra qualcosa di scialbo e di sbiadito, ma il disgusto, i cui portatori sono gli artisti, non i critici, gli esperti e i fini intenditori.

Queste considerazioni sono state prese alla lettera da molti artisti della fine del Novecento che non hanno esitato a fare del disgusto la loro parola d'ordine. Questa strada è aperta già negli anni Sessanta dalla Funk Art americana che propone opere d'arte fatte di rifiuti, dal Wiener Aktionismus con le sue sanguinolente e masochistiche performance e dal Neodadaismo, il cui esponente principale è Piero Manzoni, autore di opere come la Merda, il Fiato e il Sangue d'artista. Ma è soprattutto nel corso dell'ultimo ventennio del Novecento che sotto l'insegna della cosiddetta Arte Abietta si crea un'alleanza tra gli artisti e le istituzioni a discapito del pubblico trattato da utile idiota.

Nello stesso tempo, tuttavia, era iniziata la deriva populistica del trash, il cui precorritore è stato lo scrittore francese Ferdinand Celine. Essa può essere considerata come una degenerazione della democrazia, che si nutre di un risentimento viscerale nei confronti delle élite in generale e degli intellettuali in particolare, nonché di una vera e propria rabbia nei confronti del mondo simbolico. Essa perciò assume facilmente tratti prima antisemiti e razzisti, e poi intolleranti e persecutori di qualsiasi tipo di valore culturale, mettendo a repentaglio le basi stesse della civiltà.

I testi raccolti in questo numero esplorano questa problematica sotto vari aspetti e si interrogano sui dispositivi che hanno trasformato già negli ultimi due decenni del secolo passato il trash in una moda delle élite emergenti. Fu allora che la maleducazione, la volgarità, l'arroganza e la loro ostentazione cinica diventarono di moda, costituirono modelli di comportamento e furono interpretati come segni di appartenenza a gruppi socio professionali emergenti. Ci si chiede oggi come fu possibile che la parte più dinamica della classe dirigente si fosse ispirata agli stili di vita della delinquenza organizzata e riconosciuta nel disprezzo di ogni regola civile e di ogni principio educativo; come fu possibile che il brutto, l'osceno e l'abietto fossero visti come un aspetto del bello e costituissero il principale fattore di ispirazione delle arti? come fu possibile che un termine costantemente usato in senso spregiativo diventasse la categoria estetica più incisiva ed efficace?

Dato che le mode, essendo simili a cerchi concentrici, impiegano un certo tempo ad arrivare alla periferia e proprio nel momento in cui si stanno per esaurire raggiungono la massima diffusione, il trash pare ancora qualcosa di attuale. In realtà esso sembra oggi lo stereotipo cui si ispirano pubblicitari provinciali arretra ti nonché studenti che si sono votati alla marginalità, mentre al centro ormai si è voltato pagina e si suona un'altra musica. Quale musica? Quella dell'ipocrisia.

E qui non si sa se rallegrarsi o rattristarsi. Rallegrarsi, perché tutte le cose vomitevoli, ripugnanti e disgustose connesse col trash sono finalmente oggetto di riprovazione da parte di giovani rampanti e di vecchi ringalluzziti. O rattristarsi, perché nel la spudoratezza del trash c'è un riconoscimento più crudo e onesto della durezza dei conflitti socio-economici e una potenza di demistificazione e disincanto nei confronti delle menzogne e delle imposture. Rallegrarsi, perché l'ipocrisia è pur sempre l'omaggio che il vizio rivolge alla virtù e inoltre essa mantiene i legami sodali molto più di quanto non faccia la trasparenza. O rattristarsi, perché con l'occultamento degli aspetti ignobili e plebei dell'esistenza trionfa quella "retorica" sodale che il filosofo goriziano Carlo Michelstaedter aveva così bene biasimato all'inizio del Novecento.

Fatto sta che ipocrisia e trash sono le due facce di una stessa medaglia in una società nella quale, come diceva Leopardi, "ciascuno è ugualmente onorato e disprezzato" da se stesso prima ancora che dagli altri Per cui tendo a pensare che la pseudo restaurazione morale, di cui si fa paladina una sedicente nuova élite, sia anacronistica e inefficace non meno dello pseudo immoralismo della massa che ancora sguazza nel trash. Entrambi mi sembrano poco credibili. Come categoria estetica e artistica la parabola del trash, che si era aperta con il postmoderno, sembra essersi chiusa con l'11 settembre 2001, il quale però nello stesso tempo ha reso inattendibile il ripristino dei cosiddetti "valori" etico estetici in una società che riconosce in realtà solo il valore del denaro. Tuttavia c'è chi sostiene che il trash potrebbe essere non la debolezza, ma la forza dell'Occidente nella lotta che lo oppone al fanatismo e al fondamentalismo. Questa ipotesi merita di essere attentamente considerata proprio perché può sembrare la negazione più radicale del progetto da cui è nata la rivista "Agalma". Ma il modello di modernità che sembra prevalere in Occidente è proprio l'unico? Oppure esistono anche altri modelli?

Mario Perniola

 

 

N. 11
Marzo 2006

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