EDITORIALE

Suavidade

Se, come dice Fernando Pessoa, la lingua portoghese é adatta ad esprimere più una "metafisica delle sensazioni" che vere e proprie nozioni filosofiche, è inutile sforzarsi di cogliere il nucleo concettuale del tropicalismo brasiliano. Esso infatti si presenta - come mostrano i saggi raccolti in questo numero di "Ágalma" - ora come l'immagine del Brasile elaborata dagli europei, ora come un tema integrativo e distintivo elaborato dagli stessi brasiliani per denotare i tratti essenziali della loro cultura. Inoltre i contenuti di tale modello sono così vari e perfino contraddittori che è pressoché impossibile ricondurli ad un unica nozione. Questi tropici possono apparire allegri e addirittura paradisiaci (secondo uno stereotipo che risale ai primi scopritori del Brasile e che è stato fatto proprio dall'industria turistica), oppure tristi e melanconici (come suggeriscono Paolo Prado, Lévi-Strauss e più recentemente Moacyr Scliar), sublimi (secondo il modello antropofago che unisce terrore e attrazione) oppure abietti (perché sprofondati nel piacere e nell'inerzia), tradizionalisti (se ci si attiene al grande racconto storico-sociologico elaborato da Gilberto Freyre) oppure futuristi (stando alla fondazione di Brasilia che nasce da un avvenirismo utopistico), molto simili al mondo antico (per la permanenza del paganesimo e della superstizione) oppure pervasi di un'ansia escatologica (di cui la teologia della liberazione e le sette protestanti sono la manifestazione), ipermoderni o postmoderni e chi più ne ha più ne metta…
Insomma non esiste un solo tropicalismo, ma tanti tropicalismi quanti sono i popoli e le culture che hanno contribuito a formare questo straordinario paese, nel quale nonostante il perdurare di enormi ingiustizie socio-economiche, l'estrema varietà fisica e culturale dei suoi abitanti e i 134 colori della pelle censiti dall'Istituto Brasiliano di Geografia e Statistica (IBGE), tout se tient. Sicché al giorno d'oggi sembra che soltanto parole come melting pot, ibridismo o meticciato siano adeguate a descrivere la cultura brasiliana. Eppure proprio questa compresenza di permanente miserabilità e di utopie tecnologico-religiose, di antropologia e di neofuturismo, che costituisce un tratto specifico della società brasiliana, può rivelarsi un modello estremamente pericoloso a partire dal momento in cui si presenta non più come un'anomalia da correggere, ma come il nuovo paradigma della società neo-liberale che ha abbandonato ogni serio intento di miglioramento delle condizioni di vita della maggioranza e mira alla radicalizzazione del dualismo tra la Lumpenmasse e la classe dirigente. Questa dualizzazione appartiene alla logica della new-economy, la quale crea una distanza sempre più grande tra i pochi che interiorizzano le finalità della ditta e i molti che sono assunti temporaneamente per la realizzazione di progetti specifici limitati nel tempo, i quali vedono degradata la loro situazione economica, stabilità professionale e posizione sociale. Ciò risulta evidentissimo se consideriamo l'urbanistica: quasi ovunque (con l'eccezione del Giappone) le due forme urbane in crescita sono da un lato shantytowns (favelas, barrios, bidonvilles), dall'altro gated communities (i condomínios che - come scrive Luis Fernando Veríssimo - sono costruiti con l'ossessione di garantire la segurança). Paradossalmente quindi il Brasile passa da nazione arretrata in via di sviluppo a nazione-guida del capitalismo neo-liberale, senza che nulla sia veramente cambiato! Il titolo del famoso libro di Stefan Zweig, Brasilien, ein Land der Zukunft del 1941, assume un significato minaccioso ed inquietante. Il neo-tropicalismo sarebbe una forma particolarmente torva e truce di neo-ufanismo. La possibilità di una modernità brasiliana alternativa rispetto alla modernità americana sarebbe completamente scartata a favore di una ipermodernità (o più-modernità, secondo l'espressione di Alfredo Bosi) di stampo neo-liberistico. Del resto è proprio questa compresenza di degradazione e di abiezione, da un lato, e di efficientismo tecnologico, dall'altro, che tanti film di fantascienza ci hanno mostrato.
Tuttavia non si tratta di essere anti-moderni, ma di trovare altre dimensioni di modernità in cui la dimensione pubblica sia valorizzata attraverso il potenziamento e lo sviluppo di tendenze che appartengono profondamente alla storia e alla cultura del paese, alle sue radici, per dirla con Sérgio Buarque de Hollanda, l'autore del famoso volume Raízes do Brasil. Come è noto, questo autore ha contrapposto la cordialità brasiliana alla cortesia europea: la prima sarebbe caratterizzata da un'etica dell'affettività e dell'emozione, che si manifesta nella ricerca di un rapporto intimo, nell'impiego dei diminutivi, nell'omissione del nome di famiglia e in un generale stile di vita caratterizzato da una benevolenza amichevole nei confronti del prossimo; la seconda invece si fonda su relazioni impersonali che mirano a proteggere la sfera intima dell'individuo. In realtà, come osserva lo stesso Buarque, cordialità non vuol dire affatto bontà e, secondo l'interpretazione psicoanalitica di Jorge Forbes, essa nasconderebbe l'incapacità dei brasiliani di confrontarsi col desiderio, col perturbante, o in termini lacaniani, col reale. Sottoposte perciò all'esercizio del sospetto, cordialità e cortesia si rivelerebbero due differenti strategie rituali attraverso le quali si è formata la civiltà moderna a partire dal Rinascimento: la prima improntata alla vita di campagna e al modello dell'Arcadia, la seconda alla vita di città e al modello curiale e cortigiano. In altre parole la cordialità brasiliana non sarebbe affatto una manifestazione di spontaneità e tantomeno un ritorno alla natura di tipo rousseauiano, ma un rituale di origine manieristica ispirato a modelli arcadici. Il suo prototipo sta nello "stile manuelino" di origine portoghese, caratterizzato da una esuberante decorazione di motivi floreali e vegetali. È significativo inoltre che il suo ingresso nell'età contemporanea non passi attraverso il giacobinismo (come è avvenuto in altri paesi dell'America Latina), ma attraverso il positivismo di Auguste Comte, da cui derivano appunto le nozioni centrali di "ordine e progresso", riprodotte nel 1890 sulla bandiera brasiliana: l'attitudine arcadica trova perciò un suo sviluppo nell'altruismo, cioè nello sviluppo di una condotta ispirata dalla socialità e dalla simpatia e non dall'individualismo o dalla deferenza.
Accanto alla cordialità e all'altruismo esiste però una terza componente che appartiene non tanto alla storia del Brasile quanto alla sua geografia, che non è tanto un concetto quanto un percetto (per usare la terminologia di Gilles Deleuze e Félix Guattari) e che perciò si presta meglio delle precedenti a conferire un senso più attendibile al tropicalismo al di là delle interpretazioni ideologiche cui esso ha dato luogo. Penso a quella esperienza di spaesamento e di sospensione suscitato dal contatto con la natura tropicale che alcuni poeti e scrittori brasiliani hanno colto molto bene e che costituisce il motivo di fondo del mio amore per il Brasile. Per esempio dice Carlos Drummond de Andrade: "Somente a contemplacão / de um mundo enorme e parado" (Solamente la contemplazione / di un mondo enorme e fermo). Oppure la scrittrice Clarice Lispector: "un momento grande, fermo, senza nulla dentro". Questo sentire cosmico non è un'alienazione, ma un'appropriazione: quindi non è lontana dalla oikeiôsis di cui parlavano gli antichi filosofi stoici proprio con riferimento al rapporto tra l'essere umano e la natura. In questa parola greca (che è stata tradotta in latino con conciliatio e commendatio, e in italiano con attrazione) è implicito sia l'aspetto affettivo della cordialità, sia quello sociale dell'altruismo. Tale esperienza ha poco che fare con la saudade portoghese, legata alla solitudine e al ricordo nostalgico del passato. Perciò è la parola suavidade la più pertinente al tropicalismo brasiliano. Soavità ha la stessa radice di persuasione: non si tratta però di convincere o di comunicare un'idea. La soavità è qualcosa di aconcettuale e di esprimibile solo attraverso la poesia, la quale non a caso rappresenta uno dei migliori frutti della cultura brasiliana.

Mario Perniola

 

 

N. 10
Settembre 2005

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