Pier Paolo Poggio, Il difficile rapporto tra intellettuali e popolo nel lungo Novecento

Giuseppe Patella, Vita e morte dell’intellettuale postmoderno

 
RECENSIONI

Arata Isozaki, Japan-ness in Architecture,
Cambridge (Mass.) - London, The MIT Press, 2006, pp. 349, 20.00
ISBN 978-0-262-09038-4

 

Arata Isozaki è noto come l’architetto “paradossale”: infatti nelle sue opere ha unito iconoclastia e bellezza, contestazione e ammirazione per la tradizione, odio e amore per l’architettura. In tal modo Isozaki si è imposto come uno dei portavoce più attivi del New Wave giapponese, nonché come uno degli architetti più radicali, alternativi e discussi sulla scena mondiale. Se la sua progettazione costituisce ormai un punto di riferimento fondamentale nel panorama dell’architettura contemporanea, non altrettanto si può dire a proposito del suo lavoro intellettuale, teorico e saggistico. Quest’ultimo aspetto finora non è stato adeguatamente preso in considerazione né ha ricevuto la dovuta attenzione. Tuttavia Isozaki, fin dall’inizio della sua carriera negli anni Cinquanta, ha indissolubilmente legato la sua attività di architetto a quella di teorico dell’architettura, della storia mondiale, nonché della cultura occidentale e estremo-orientale. La sua produzione saggistica e teorica è sterminata e può essere collocata nella millenaria tradizione “classica” e occidentale dell’architetto, ossia di quelle grandi figure, come Vitruvio, Leon Battista Alberti e Claude-Nicolas Ledoux, dotate di un grande bagaglio culturale e filosofico, oltre che progettuale. Tale è stato il suo impegno in questa direzione che non si può pretendere di capire appieno Isozaki senza tenere in considerazione la sua immensa opera teorica.
A questo proposito Japan-ness in Architecture costituisce un volume fondamentale e di ampio respiro, poiché dimostra con erudizione, eclettismo, sagacia e competenza quanto la riflessione teorica abbia da sempre occupato un ruolo di primissimo piano per Isozaki. Esso fornisce una delle prove più riuscite e teoricamente più mature del Nostro: qui sono sintetizzate le sue decennali riflessioni intorno all’architettura tout court, alla nascita e allo sviluppo di un’ “architettura” giapponese connessa alla costituzione di un’idea “moderna” del Giappone – totalmente distinta dalla modernità occidentale -, ai rapporti con la cultura e la storia tradizionali nipponici, nonché alle sfide imposte dalla società contemporanea e dalla globalizzazione.
Il volume è suddiviso in quattro parti, ognuna delle quali analizza un momento fondamentale nella storia dell’architettura giapponese: si parte infatti dal VII secolo quando fu fondato il santuario di Ise, per passare al XII secolo quando fu ricostruito il tempio di Todai-ji a Nara, alla costruzione della villa imperiale di Katsura, avvenuta nel XVII, per terminare con l’avvento dell’architettura contemporanea avvenuta dalla seconda metà del XIX secolo in poi. Secondo Isozaki, questi progetti sono “eventi” e come tali non possono essere compresi senza prendere in considerazione il momento storico-culturale in cui furono realizzati (p. ix). Inoltre ciascuno di questi rappresenta la realizzazione di qualcosa di autenticamente giapponese nell’architettura.
L’edizione inglese si apre con il Giappone contemporaneo, effettuando un’inversione rispetto alla versione originale, che segue invece l’ordine diacronico (Kenchuku ni Okeru Nihontekinamono, Tokyo, Shincho-sha). In queste prime 115 pagine, Isozaki ci mostra quale impatto ebbe il processo di modernizzazione del Giappone, dopo il suo plurisecolare isolamento politico, nella costituzione di un nuovo tipo di architettura che non aveva niente a che fare con quello tradizionale. Analogamente a ciò che accadde in altri campi come in quello politico, economico, tecnico, filosofico, artistico e estetico, anche nell’architettura bisognò creare ex novo un intero bagaglio culturale e progettuale. Secondo Isozaki, l’architettura contemporanea giapponese è il risultato di un tortuoso e conflittuale processo in cui confluirono questioni teoriche, storiche, politiche ed estetiche assai diverse tra di loro; tra queste vi sono l’introduzione del modernismo, la conservazione o la distruzione della tradizione, le politiche culturali che si schieravano a favore o contro il modernismo, gli effetti devastanti della Seconda guerra mondiale e delle bombe atomiche, l’accelerato sviluppo economico ed industriale che sconvolgevano il paesaggio e l’assetto urbano tradizionale, la giustapposizione e la nipponizzazione del modernismo, la possibilità o meno di realizzare qualcosa di autenticamente giapponese nell’architettura contemporanea. Inoltre evidenzia come illustri teorici dell’architettura e architetti giapponesi, come ad esempio Chuta Ito e Sutemi Horiguchi, cercarono di opporsi a quegli stereotipi occidentali che trattavano di questioni quali il Japan-ness, Japanesquization e il Japanese taste in maniera assolutamente banalizzante, oppure le inserivano in una prospettiva totalmente idealizzata come quella proposta da Ernest Fenollosa.
La prima parte continua con un’esposizione delle fasi principali che portarono all’affermazione dell’architettura contemporanea nipponica. Ma chi si aspettasse un resoconto di carattere storico-architettonico resterebbe deluso. Il libro di Isozaki infatti è più che altro una personale riflessione teorica intorno alle questioni che abbiamo sopra elencato e ciò lo rende di non facile accesso a chi non conosce la storia dell’architettura giapponese, né i principali protagonisti coinvolti, né tantomeno le questioni di cui si discute. Nonostante il volume sia corredato di un ottimo glossario, tuttavia implica che il lettore abbia già qualche familiarità con gli argomenti trattati.
Durante la prima fase cosiddetta di “occidentalizzazione” s’invitarono insigni architetti europei e nordamericani ad insegnare e a costruire in Giappone. Questo fu il periodo in cui le nuove leve giapponesi si avvicinarono all’architettura, ma fu altresì il momento in cui gli occidentali scoprirono l’architettura tradizionale del Sol Levante. Iniziò pertanto quel processo di “infatuazione” dell’estetica giapponese che avrebbe influenzato eminenti architetti occidentali quali Frank Lloyd Wright e Bruno Taut, che scoprirono con enorme sorpresa che l’architettura tradizionale nipponica aveva condensato, con enorme anticipo, alcuni dei tratti principali tanto invocati dalla progettazione modernista. Se l’architettura modernista fu inizialmente accolta come simbolo del progresso e della modernizzazione, durante gli anni Venti e Trenta, in pieno clima di nazionalismo, di militarismo e di espansione coloniale, questa invece fu ostacolata e addirittura bandita in favore dell’Imperial Crown Style che promuoveva uno stile autotoctono e reazionario attingendo a progetti e materiali tradizionali. È in questa fase che il grande architetto Sutemi Horiguchi si oppone a questa tendenza, cercando un compromesso che operasse una selezione tanto degli elementi modernisti quanto di quelli tradizionali, all’insegna di un moderno stile di Japan-ness in architecture. Non è un caso infatti che Isozaki abbia dato a questo suo volume il medesimo titolo di quello che Sutemi Horiguchi diede al proprio pubblicato nel 1934: ha voluto infatti rendere omaggio a questo sagace e coraggioso architetto. Kenzo Tange cominciò a vincere i suoi concorsi poco prima e durante la Seconda guerra mondiale. Tuttavia darà il suo maggior contributo al Japan-ness in architecture con la realizzazione dei maggiori progetti pubblici post-bellici, quali Hiroshima Peace Memorial Museum, lo stadio olimpionico Yoyogi, il Tokyo Plan e l’Esposizione universale di Osaka nel 1970. Tange tentò inoltre di trovare un compromesso tra le due tendenze estetiche opposte che caratterizzarono l’architettura post-bellica: quella Yayoi, che attingeva ad un gusto aristocratico, apollineo e sofisticato; e quello jomon, popolare e populistico, e dionisiaco. Entrambe queste tendenze avevano anche valenze politiche, in quanto il gusto yayoi appoggiava il modernismo americano con un gusto nipponico, mentre quello jomon corrispondeva alla versione giapponese del brutalismo moderno europeo.
La prima parte si conclude con una lunga digressione sul ruolo e sul contributo che Isozaki ha personalmente dato alla questione del Japan-ness in architecture dagli anni Cinquanta in poi. È impossibile qui soffermarsi su tutti gli aspetti di cui tratta, ma vale senz’altro la pena sottolineare che sono tutte problematiche alle quali Isozaki si è dedicato fin dall’inizio della sua carriera e che hanno da sempre accompagnato la sua attività progettuale e creativa. Tra questi ci limitiamo a indicare quelli più radicali, polemici e alternativi, quali la fine e la distruzione dell’architettura modernista, la fine dell’utopia, le rivolte del 1968, le città come rovine, l’iconoclastia, una poetica all’insegna delle forme geometriche pure e dell’ombra. Isozaki non si limita ad essere uno degli architetti più colti, eclettici ed eruditi sulla scena mondiale, ma anche colui che ha vissuto sulla sua pelle e in maniera viscerale tutti i paradossi, le idiosincrasie e le contraddizioni della sua epoca, dallo sgancio delle bombe atomiche fino all’attentato delle torri gemelle e alla distruzione delle statue di Buddha nel 2001. L’architettura per Isozaki è, parafrando Terry Eagleton, il campo per eccellenza dell’ideology of the aesthetic. Un’altra caratteristica del Japan-ness di Isozaki è di aver dato ampio rilievo all’estetica e alla tradizione artistica giapponesi rivisitandole in chiave moderna. Tra queste vi è la nozione di “ma”, alla quale il Nostro ha dedicato una particolare attenzione: indicato come un “fra”, un “between”, il “ma” costituisce una modalità squisitamente nipponica di intendere un intervallo di spazio e di tempo, le cui implicazioni si estendono a vari campi ed esperienze estetiche, quali quelli religiosi, naturali, teatrali, musicali, architettonici, nonché l’impermanenza della vita e delle cose.
Nelle tre parti successive del volume Isozaki ci conduce attraverso tredici secoli di architettura giapponese, soffermandosi su tre capolavori: il santuario di Ise, il Todai-ji di Nara e la villa imperiale di Katsura. Isozaki ha ripresentato e aggiornato molti saggi già pubblicati in passato, dimostrando come questi edifici costituiscano una fonte costante di riflessione teorica sia per la loro originalità sia per le loro profonde implicazioni culturali. Ciò che colpisce nell’analisi di queste notissime costruzioni è l’approccio alternativo di Isozaki: ciascuna sarebbe il risultato di un periodo di altissimi conflitti e tensioni politico-sociali dai quali scaturirono nuovi parametri estetici e architettonici.
Il santuario shintoista di Ise è senza dubbio uno dei monumenti più enigmatici del Giappone. Su di esso ruotano tuttora ipotesi intorno alle sue vere origini, all’inizio della ciclica e rituale ricostruzione, nonché alla costruzione dei vari recinti che impediscono la visione ai non ammessi. Ise ottenne una risonanza mondiale grazie agli elogi di Bruno Taut che lo visitò nel 1933. Costui rimase talmente affascinato da questo monumento da considerarlo come un archetipo dell’architettura giapponese e mondiale, e ad equipararlo al Partenone di Atene. Pur condividendone gli apprezzamenti, tuttavia l’interpretazione di Isozaki di Ise si discosta notevolmente da quella di Taut, poiché vede il santuario come un “evento” e dunque strettamente connesso al contesto storico in cui fu solennizzato. Ise infatti fu costruito nel VII secolo quando l’imperatore Tenmu riuscì ad imporsi dopo un periodo di sanguinose lotte politiche. Ise, secondo Isozaki costituisce il sommo esempio del nuovo orientamento culturale voluto da Tenmu, che consisteva nella massima valorizzazione della cultura nazionale, liberandola, una volta per tutte, dalla subordinazione a quella cinese. Tenmu avviò un nazionalismo conservatore, trasformando l’intero apparato burocratico e legislativo, obbligando gli aristocratici ad assumere nomi giapponesi anziché cinesi, rafforzando la religione e i rituali autoctoni, e lanciando una complessa politica di valorizzazione della cultura e della lingua nazionali. Ise fu voluto proprio per simboleggiare questo nuovo Japan-ness, diventando il paradigma del nuovo apparato politico centralizzato e nazionalistico.
Il grande cancello meridionale del Todai-ji di Nara è l’unico edificio del quale si conosce l’autore. Si tratta di Chogen, un monaco buddhista, che fu incaricato di ricostruire il padiglione del grande Buddha del Todai-ji nel XII secolo. Isozaki ha sempre nutrito una sconfinata ammirazione per Chogen, che considera un architetto rivoluzionario al pari di Boullée, Ledoux, Malevich, Leonidov, per via della sua predilezione per le forme geometriche pure e le megastrutture. È noto infatti come nei suoi progetti visionari City in the Air, e nei suoi edifici brutalisti degli anni Sessanta, Isozaki si sia ispirato alle forme platoniche di Chogen. In totale controtendenza, Chogen impiegò uno stile molto austero, attingendo alla tradizionale architettura templare cinese. Realizzò perciò una megastruttura che aveva niente a fare con lo stile autoctono. Tuttavia anche il Todai-ji acquista una specifica valenza nella lunga traiettoria del Japan-ness in quanto fu costruito in un’epoca di grandi tumulti sociali. Il suo patrono fu Yoritomo Minamoto con cui il potere politico passò dall’imperatore e dall’aristocrazia alla classe dei samurai. Ma lo stile di Chogen fu troppo austero per diventare uno standard nazionale. Infatti alla sua morte, la ricostruzione del tempio fu seguito dal monaco Eisai, che introdusse il buddismo Zen in Giappone, nonché un nuovo stile estetico.
L’ultimo monumento di cui si tratta è la celeberrima villa imperiale di Katsura vicino a Kyoto. Katsura, come Ise, acquisì risonanza mondiale grazie a Taut che fu portato a visitarla il giorno dopo essere arrivato a Kyoto, da un gruppo di giovani architetti di Osaka che invocavano il modernismo, nel periodo in cui il nazionalismo promuoveva un’architettura autoctona. Taut confermò quanto i giovani architetti speravano, ossia che Katsura sintetizzava la quintessenza dell’architettura modernista e come tale doveva essere un paradigma per tutti. In seguito Katsura divenne un punto di riferimento costante nella teoria e nella storia dell’architettura, ricevendo le attenzioni dei maggiori architetti e scrittori del Novecento, quali Walter Gropius, Kenzo Tange e Italo Calvino. Lo stesso Isozaki ha dedicato un intero volume a Katsura, recentemente pubblicato anche in italiano (A. Isozaki, Katsura Villa. Space and Form, New York, Rizzoli International, 1987; V. Ponciroli, a cura, Katsura la villa imperiale, Milano, Electa, 2005; con testi di F., Dal Co, W. Gropius, A. Isozaki, M. Speidel, K. Tange, B. Taut). Questo libro Japan-ness in Architecture contiene un recente saggio pubblicato per la prima volta in inglese. Katsura fu costruita in vari momenti nel corso del XVII secolo. Uno dei progettisti fu Enshu, il noto architetto di giardino e maestro del tè del primo periodo Edo. Per Isozaki, Katsura simboleggia la definitiva installazione del potere nelle mani dello shogunato dei Tokugawa. L’imperatore avrebbe voluto questa dimora e il suo splendido giardino per consolarsi della perdita di potere, ricreandosi una vita estetica come quella raccontata nel Genji monogatari da Murasaki Shikibu, capolavoro femminile del periodo Heian.
Isozaki dimostra con questo volume di aver raggiunto una solida maturità teorica. Inoltre colpiscono il suo enciclopedismo e l’eclettismo, che gli consentono di trattare gli argomenti più vari, da quelli architettonici a quelli storici, a quelli attuali. Purtroppo le fotografie in bianco e nero non rendono giustizia allo spessore teorico dell’opera. Sebbene il libro sia coerentemente strutturato e gli argomenti ben presentati, qualche perplessità ci lascia questo suo insistere sulla nozione di conflitto e farne un concetto tipicamente giapponese. Come è noto, il Giappone è una civiltà non-assiale, che ha privilegiato soprattutto la giustapposizione, ossia la nipponizzazione di elementi importati originariamente dalla Cina e successivamente dall’Occidente. Con tale accentuazione sembra che Isozaki abbia voluto forzare una nozione occidentale sul bagaglio culturale nipponico. Ciò non toglie tuttavia che il volume sia una fonte di informazione e di riflessione di vasto raggio intorno alla tematica della “modernità”, a cui il Giappone ha dato un contributo del tutto originale e completamente diverso rispetto a quello occidentale.

Sarah F. Maclaren

 

 

N. 15
Marzo 2008

HomeManifestoRedazioneContattiCommentiLinks
SommarioEditorialeArticoli