Sarah F. Maclaren, Che cosa sono gli Studio Crafts?
L. Cimmino, A. Santambrogio (a cura), Antropologia e interpretazione. Il contributo di Clifford Geertz alle scienze sociali (René Capovin)
Mario Perniola, Pensare il Between. Sul pensiero di Hugh J. Silverman
 
SAGGI

Hugh J. Silverman, La Continental Philosophy sulla scena culturale americana. Una riflessione autobiografica

1966

Fu un anno fondamentale. Michel Foucault pubblicò il suo Les Mots et les choses, che concluse annunciando la sparizione del soggetto moderno come una figura dell’epistemologia contemporanea. Jacques Lacan pubblicò il suo tanto acclamato Écrits, in cui l’io è compreso attraverso una catena di significanti. Roland Barthes produsse Critique et verité. Jacques Derrida partecipò alla conferenza Criticism and the Sciences of Man alla John Hopkins. Ed io entrai al graduate school quando avevo 21 anni.
Nello stesso anno andai alla conferenza annuale della Society for Phenomenology and Existential Philosophy (SPEP) alla Penn State University; fu la prima di oltre venti volte. Prima di andare all’università, avevo già letto Sartre e Camus ed ero affascinato da Pascal e Descartes. Come studente di laurea, avevo studiato un po’ di filosofia analitica del linguaggio e il pragmatismo di James. Ma durante i miei studi al graduate school, scoprii Husserl e Merleau-Ponty. La fenomenologia mi colpì come una filosofia che aveva un significato logico. Inoltre la SPEP me la rendeva estremamente vivace. Ascoltai conferenze tenute da filosofi fenomenologi – Paul Ricoeur su Husserl e Wittgenstein, William Richardson su Heidegger – e una copia di un lavoro di Derrida fu dato a tutti i partecipanti. Incontrai il canuto John Wild e molte altre figure che sarebbero diventati dei miti, degli amici, dei collegi o delle controparti. Mai potevo immaginare che quattordici anni dopo sarei diventato il co-direttore di quella stessa società.
Nella metà degli anni Sessanta, le uniche definizioni disponibili per queste filosofie di derivazione europea erano “fenomenologia”, “esistenzialismo” e “fenomenologia esistenziale”. Mentre la psicologia e psichiatria esistenziali erano in ascesa, la cosiddetta “filosofia continentale” ancora non esisteva.
Nonostante avessi già trascorso due estati a Parigi (1963 e 1965), nel 1966 Foucault, Barthes, Lacan e Derrida erano dei nomi completamente nuovi per me. Ma l’anno dopo, dopo aver terminato una tesi di master intitolata Merleau-Ponty’s Phenomenology of Perception and Robbe-Grillet’s New French Novels, iniziai il dottorato di ricerca alla Stanford University che sarebbe durato sei anni. Nell’estate del 1968 andai a Parigi con una piccola borsa di studio, arrivando nel pieno delle rivolte di maggio e giugno. Fu un momento tumultuoso, ma eccitante; tutta Parigi era in rivolta. Operai e studenti si erano uniti per lanciare un attacco totale all’esecrabile stato dell’economia e al sistema dell’istruzione. Rue St. Jacques fu completamente messa sotto sopra, mentre i sanpietrini si trasformavano in armi pronte all’uso. La Sorbonne fu definitivamente chiusa; a luglio, le lezioni furono tenute al Lycéé Louis le Grand dietro il Pantheon.

 

1971-72

Quando tornai a Parigi come boursier du gouvernement français nell’anno accademico 1971-72, il sistema di istruzione francese era stato radicalmente trasformato. Al dipartimento di filosofia dell’università di Paris X (Nanterre), dove Mikel Dufrenne mi accolse nel suo seminario di dottorato, molti vennero a tenere delle lezioni, tra i quali Jean-François Lyotard, Louis Marin e Gilbert Lascault. Lo stesso Dufrenne stava sviluppando la sua idea di “espressività” nell’esperienza estetica. Levinas teneva lezioni sull’Introduzione alla metafisica di Heidegger, che seguii con molta attenzione, mentre cercavo di leggere Heidegger direttamente in tedesco (con l’aiuto di un anno di studio al Goethe Institut di Parigi). Dufrenne mi introdusse a Paul Ricoeur, che mi incluse nel suo seminario di ricerca sulla “metafora” al Centre de Recerches Phenomenologiques. E Roland Barthes mi invitò a seguire il suo seminario sulla storia recente della semiologia all’École Pratique des Hautes Études. Barthes non era stato ancora eletto al Collège de France, mentre Foucault e Lévi-Strauss lo erano; e io seguii le loro conferenze regolarmente.
Ero andato a Parigi con l’aiuto di Philip Rhinelander, che era il mio tutore a Stanford, nonché ex-preside di Humanities and Sciences. Il mio scopo era di scrivere sul concetto di “ambiguità”, che chiamavo “ambiguità esistenziale” per distinguerla dalle altre ambiguità linguistiche e percettive, per poi sviluppare la nozione attraverso il pensiero di Heidegger, Sartre e Merleau-Ponty. Dagfinn Føllesdal mi aveva insegnato a leggere Husserl in maniera attenta e sistematica. Rhinelander mi mostrò come occuparmi di questioni filosofiche non solo nell’ambito più ampio della storia delle idee, ma anche nei loro significati umani, pedagogici e sociali; egli insisteva che non si trasformassero in quello che Whitehead aveva definito “idee inerti”. John Goheen, che aveva messo in piedi il dipartimento di filosofia a Stanford, di cui fu direttore per molti anni, mi rese viva la filosofia e la sua storia. Avevamo in mente di realizzare un’antologia sulle “teorie dell’io”. Io scrissi brevi introduzioni a molte delle principali teorie del Novecento. Nonostante il progetto non fu mai portato al termine, quest’esperienza fu di enorme aiuto quando iniziai a insegnare psicologia filosofica molti anni più tardi.
Mi recai a Parigi come un fenomenologo in erba. Dappertutto amici e colleghi in Francia mi dissero che la fenomenologia era passée, che avrei dovuto studiare lo strutturalismo e soprattutto ciò che stava per diventare il cosiddetto “post-strutturalismo”. Avevo letto Pour l’homme (1968) di Dufrenne, in cui mostra (dal suo punto di vista fenomenologico-esistenzialista) i limiti di Heidegger, Lévi-Strauss, Althusser, Foucault, Derrida ed altri, proponendo la sua concezione del soggetto umano. Molti sostenevano che erano proprio questi pensatori che dovevano essere letti e studiati, e che la fenomenologia di Dufrenne, così splendidamente sviluppata nella sua Fenomenologia dell’esperienza estetica del 1953 e nei libri successivi, non riusciva a stare al passo con i nuovi sviluppi dello strutturalismo, della semiologia e del post-strutturalismo. Quindi decisi di constatare se questi suggerimenti fossero giusti o meno.
Prima di lasciare Parigi, James Edie mi aveva offerto il progetto di tradurre Consciousness and the Acquisition of Language di Merleau-Ponty per la sua serie della Northwestern University Press. Imparai che Merleau-Ponty, mentre insegnava psicologia infantile e pedagogia alla Sorbona alla fine degli anni Quaranta, aveva già scoperto quelle intime connessioni tra la sua fenomenologia della percezione e la semiologia di de Saussure. Questa scoperta mi diede la sicurezza di andare avanti nello sviluppare questa connessione. Mi aiutò anche ad elaborare la teoria dell’“ambuiguità” per la tesi di dottorato su Heidegger, Sartre e Merleau-Ponty, che terminai nel 1973.
Ciò di cui non mi resi conto subito durante il mio anno di permanenza a Parigi fu il ruolo che Jacques Derrida avrebbe occupato nel mio pensiero. Infatti conoscevo appena Derrida, quando fui invitato ad un seminario di fine settimana nel giugno 1972 che tenne in una piccola aula all’École Normale Superieure (in Rue d’Ulm) per tre giorni consecutivi e per sei ore al giorno. Nonostante avessi seguito queste lezioni al termine del mio soggiorno, esse segnarono il mio successivo sviluppo filosofico.

 

1974-79

Nel 1974 accettai l’incarico come professore assistente di filosofia e letterature comparate alla State University di New York a Stony Brook. Ciò che mi emozionava di Stony Brook era il fatto che già vi si trovavano alcuni filosofi orientati verso la fenomenologia e poi che avrei dovuto insegnare sia nel dipartimento di filosofia sia nel nuovo corso di letterature comparate appena avviato.
Nell’anno successivo mi fu chiesto di condurre il seminario del dipartimento di filosofia, che continuai per sette anni. Cercai di instaurare il dialogo più ampio possibile, coinvolgendo filosofi di tutti gli orientamenti, nonché (grazie al sostegno economico della Marchette Foundation) di promuovere una serie di conferenze, invitando filosofi dall’Europa. Vi erano i seminari del venerdì e, almeno una volta all’anno, si organizzava un convegno nel nostro campus: Leonardo and Philosophy (primavera 1976); Aesthetics and the Public (con il supporto del New York Council per le scienze umane per l’autunno del 1976); Linguistics and Literature (autunno 1976); Piaget, Philosophy and the Human Sciences (primavera 1977); The Post-Structuralist Enterprise (autunno 1977; Richard Rand ed io organizzammo il primo convegno sul pensiero di Derrida alla sua stessa presenza); History, Critique and Text (primavera 1979); e il quarto convegno annuale del circolo Merleau-Ponty (autunno 1979).
Era importante allestire nel campus un ambiente intellettualmente dinamico e stimolante; ero anche ben lieto di accettare di partecipare a convegni da altre parti. Pensavo che questo avrebbe messo in rilievo il ruolo di quello che presto sarebbe diventato la Continental Philosophy, nonché il buon nome dei dipartimenti e dell’università verso cui mi sentivo in obbligo. Nel 1976 presi parte alla prima conferenza dell’International Association for Philosophy and Literature (IAPL), che si svolse alla Divinity School di Harvard con un piccolo gruppo composto da trenta persone; in quella stessa occasione fui eletto nel comitato esecutivo della IAPL di cui ancora oggi faccio parte. Sempre nello stesso anno, in autunno, partecipai alla prima conferenza del circolo Merleau-Ponty (qui offrii una mia interpretazione degli ultimi corsi di Merleau-Ponty, che avevo tradotto come Philosophy and Non-Philosophy since Hegel).
Durante questo lustro, tenni varie relazioni e conferenze in diverse università sulle opere di Dufrenne, Sartre, Beckett, Merleau-Ponty, Foucault, Heidegger, Piaget e Barthes, nonché sulle differenze tra la fenomenologia di Sartre e le varie forme di strutturalismo. Allo stesso tempo, sviluppai alcune riflessioni teoriche sull’io, sulla letteratura, sul linguaggio, sulla comunicazione e sulla cultura in relazione a ciò che allora chiamavo “semiologia ermeneutica”.
Quando iniziai ad insegnare a Stony Brook nel 1974, nessuno usava il termine Continental Philosophy. Nel febbraio del 1978, l’università di Chicago (grazie all’idea geniale di Michael Sukale) organizzò una conferenza sulla Continental Philosophy, dove presentai la mia prima interpretazione di Derrida intitolata Self-Decentering in Derrida. Il termine Continental Philosophy era già nell’aria e stranamente nel luogo – per l’appunto l’università di Chicago –, ossia in uno dei posti più imprevedibili.
Nel giugno dello stesso anno, fui invitato a tenere un seminario per gli studenti graduate alla Duquesne University. Lo intitolai “Sartre/Barthes/Foucault”. All’epoca, quasi non si tenevano corsi su Barthes e Foucault nei dipartimenti di filosofia. Parteciparono meno di dieci studenti al seminario, ma alcuni di questi sono ormai noti. Quell’estate incontrai anche Wilhelm Wurzer, che si era appena unito alla facoltà di Duquesne, con cui più di dieci anni più tardi, avrei organizzato l’International Philosophical Seminar, che si tiene tutte le estati nel Sud Tirolo.
Poi mi recai in Inghilterra al mio primo Warwick Continental Philosophy, organizzato da David Wood. Ci fu un’incredibile concatenazione di persone e d’interessi che si trovarono tutti nello stesso luogo per vari giorni. Il tema era Heidegger and Language; per me, questo evento segnò la nascita della Continental Philosophy! Scoprii così che la filosofia continentale aveva preso piede in Gran Bretagna. Dopo proseguii per Monaco dove partecipai a un convegno di psicologia, in cui presentai i miei sviluppi sul tema “la semiologia ermeneutica dell’io”. Poi andai in Italia a Perugia, dove presi parte al mio primo Collegium Phaenomenologicum; il tema di quell’anno era l’opera Sein und Zeit di Heidegger, organizzato da Thomas Sheehan. Il Collegio di Perugia era solo al suo secondo anno; partecipai a questi incontri estivi per ben sette volte tra il 1978 e 1988. Ma quell’estate non era ancora finita! Andai a Uppsala, in Svezia, per il convegno mondiale di Sociologia, dove presentai la mia idea di eterotopia intesa come il risultato dell’unione tra utopia e distopia. Alla fine di agosto intervenni a Toronto alla sessione dell’American Psychological Association, sullo status della psicologia filosofica. Francamente non so come sopravissi a un anno così frenetico, ma dato che avevo trentatré anni ero ancora abbastanza giovane ed agile da sopportare le fatiche dei viaggi e dei convegni. In ogni caso, queste fatiche fecero sì che diventassi professore di ruolo a Stony Brook nello stesso anno.
Verso la fine degli anni Settanta, la caratterizzazione teorica del dipartimento di filosofia di Stony Brook, ossia la sua tradizione fenomenologico-esistenzialista, fu trasformata in Continental Philosophy. La trasformazione consisteva in un importante contributo per il programma del dottorato di ricerca. La differenza fu tutt’altro che insignificante. L’introduzione del termine Continental Philosophy assunse un ruolo fondamentale nella riorganizzazione del programma di Stony Brook, e successivamente per molti altri programmi di graduate schools e per i dottorati in filosofia. Dopo oltre dodici anni il convegno pionieristico tenuto al John Hopkins Humanities Center nel 1966, i dipartimenti di filosofia cominciarono ad insegnare Continental Philosophy. E Stony Brook era all’avanguardia.

 

Su Inscriptions e Textualities

Sono ormai passati più di trent’anni da quando ho iniziato ad insegnare a Stony Brook. Durante i primi dieci anni, mi dedicai alla ricerca filosofica che avevo avviato a Parigi: la base fenomenologica con cui ero arrivato lì e l’alternativa strutturalista che avevo incontrato durante la mia permanenza. Desideravo scrivere sulle differenze tra la fenomenologia e lo strutturalismo, sviluppando contemporaneamente una posizione che chiamai “semiologia ermeneutica”.
Nel mio volume Inscriptions: Between Phenomenology and Structuralism (1987), ho mostrato come la semiologia ermeneutica opera tra la tradizione fenomenologica, in cui il significato è dato in un atto dell’esperienza, e la tradizione semiologica, in cui i significati prolificano lungo catene di relazioni di segni. Inscriptions si sofferma in modo particolare sulle relazioni tra la teoria dell’io e il ruolo del linguaggio nell’esperienza umana. Può esservi una teoria dell’io separata dalla teoria del linguaggio, oppure l’io deve essere già iscritto nella produzione di segni e di pratiche di significati? Per affrontare tale argomento, cominciai da Edmund Husserl, il fondatore della fenomenologia, e dalla sua teoria dell’io. La riformulazione di Heidegger della fenomenologia in un’ermeneutica dell’essere degli enti diventa successivamente un resoconto della lingua parlata e del parlare al posto del linguaggio. Ma fu Sartre a segnare una svolta fondamentale con la sua forte opposizione allo strutturalismo in tutte le sue fasi, occupando così una posizione intermedia tra Husserl e Heidegger. Attingendo agli elementi della teoria husserliana, Sartre vi incorpora anche aspetti dell’impegno heideggeriano in una teoria dell’io che presenta una grande attenzione verso l’esistenza e la differenza. Ma ciò che Sartre rifiuta (sebbene solo parzialmente) è il ruolo del linguaggio nella costituzione dell’io. Merleau-Ponty, al contrario, fornisce il legame e considera lo spazio intermedio come “soggetto parlante” (“linguaggio parlante” e “linguaggio parlato”). Inoltre, le nozioni di Merleau-Ponty sull’ambiguità dell’esperienza, del soggetto incorporato, del linguaggio indiretto, sviluppano e descrivono questo spazio intermedio tra le alternative fenomenologiche e strutturaliste. Sebbene siano solo accennati in Inscriptions, il concetto foucaultiano di “pratiche epistemologiche e la différance di Derrida come operazione auto-decentrativa, sono riformulati nel tentativo di  andare oltre lo “spazio tra”. In breve, l’archeologia del sapere e la decostruzione segnalano una trasformazione e un’ulteriore iscrizione dell’ambiguità ora come semiologia ermeneutica, che non è né strutturalismo semiologico, né ermeneutica fenomenologica.
Durante i successivi dieci anni a Stony Brook, mi dedicai ad esplorare questo “spazio tra” come una teoria della differenza. I risultati furono l’oggetto del mio volume Textualities: Between Hermeneutics and Deconstruction (1994). Qui si elaborano ulteriormente strategie ed esempi per pensare “il tra”, sviluppando la “differenza” quale impresa filosofica, teoretica, metodologica, testuale e istituzionale. Come Inscriptions, Textualities è localizzato in uno specifico contesto storico e filosofico. E, come Inscriptions, è sia un resoconto dei recenti sviluppi della filosofia continentale, sia una dimostrazione del suo operare come pratica teoretica specifica.
Attraverso la lettura di testi filosofici, letterari, artistici, antropologici e politici, cercai di elaborare piuttosto un modo per comprendere la testualità dei testi, anziché proporre una teoria del testo. Si ha una testualità quando un testo si costituisce o si determina in termini di strutture di significato specificabile, oppure quando le iscrizioni segnano gli interstizi di un numero di testi. Per esempio, in certi testi filosofici spesso vi è un’iscrizione dell’io in quanto scritto, nonostante l’attenzione possa appoggiarsi su una formulazione concettuale astratta. Al contrario, in molti testi autobiografici, lo scrittore è conosciuto come qualcosa di completamente diverso da uno scrittore di autobiografie, per esempio Thoreau, Nietzsche, Sartre e Lévi-Strauss. La testualità autobiografica opera in entrambi i casi. Si tratta di un nodo estremamente ricco in cui l’unione tra l’io e il linguaggio è iscritto testualmente.
Ma anche le testualità scritturali, visibili e istituzionali, tanto per nominare alcuni esempi su cui mi soffermo a lungo in Textualities, permettono di accedere alla lettura di quadri, poesie e romanzi, teorie filosofiche, film, nonché delle università come istituzioni testualizzate. Per esaminare in maniera approfondita alcune di queste testualità, volevo formulare qualcosa come una teoria della testualità. Per fare ciò, mi rivolsi all’ambito dell’attuale teoria continentale – e in particolare all’ermeneutica, alla semiologia, alla teoria dell’interrogazione e alla decostruzione. Il passaggio dall’ermeneutica alla decostruzione attraverso la semiologia di de Saussure e di Barthes, e l’interrogazione di Merleau-Ponty, dimostra come la povertà di sistemi di segni può essere superata in giustapposizione con i limiti severi di una teoria ermeneutica basata semplicemente sull’interpretazione. L’aver interrogato i luoghi della differenza, i momenti della giustapposizione, i margini delle iscrizioni ha consentito di allargare i confini degli studi della testualizzazione dei testi. Non si tratta di un feticismo dei testi, come qualcuno ha osservato, in quanto l’interesse non è nei testi stessi. Inoltre i testi non sono limitati ad iscrizioni scritte. Infine le letture, ossia come i testi vengono inclusi nella cultura, nell’esperienza e nelle istituzioni, evidenziano ciò a cui si dà importanza, ciò che si vede, ciò che si sente, e ciò sta alla base di chi siamo, come stiamo e che cosa sappiamo.

 

1980-86

Gli anni Ottanta segnarono la fioritura della Continental Philosophy negli Stati Uniti. All’inizio, coloro che avevano accettato questo termine lo intendevano per lo più come un sinonimo di “European Philosophy”. Lo fraintesero per una contrapposizione geografica alla filosofia analitica britannica, allargata fino ad includere i recenti sviluppi nella filosofia linguistica americana. Altri pensavano che si trattasse di un nuovo nome per quello che prima veniva chiamato “fenomenologia e esistenzialismo”, a cui si dedicava non più di un corso nel più ampio curriculum della filosofia analitica. Altri ancora erano preoccupati che questo termine avrebbe cancellato il metodo fenomenologico che costoro, in quanto fenomenologi nel senso della tradizione husserliana, volevano applicare ad una grande varietà di discipline umanistiche.
Nell’inverno del 1980 fui invitato ad insegnare come visiting professor per un semestre al Warwick University. Durante quei mesi trascorsi in Gran Bretagna ebbi l’opportunità di tenere incontri sulle versioni preliminari di Inscriptions. Le reazioni che raccolsi durante questi incontri, che si svolsero anche in Irlanda, nei Paesi Bassi e in Belgio, furono preziose per la redazione della versione definitiva. Insegnare Recent Continental Philosophy con David Wood e Martin Warner fu un’esperienza affascinante. Negli incontri con David Wood si cercava di stabilire che cosa s’intendesse per Continental Philosophy e come utilizzarla per nuovi sviluppi nella filosofia contemporanea. Dal punto di vista di David, la Continental Philosophy continuava ancora a rappresentare ciò che accadeva in Francia e in Germania, e siccome entrambi eravamo interessati alla decostruzione e allo strutturalismo, così ci orientammo di quella direzione.
 Stavo cercando nuovi modi per parlare di questa filosofia in crescita che si espandeva a macchia d’olio negli Stati Uniti. Mentre la Continental Philosophy si diffondeva, diventava sempre più chiaro che si trattava di un tipo di filosofia completamente nuovo: attingeva alle tradizioni filosofiche europee, ma le adattava ad un contesto e ad un modo di pensare tipicamente anglofono. Principalmente interpretativa, valutativa, testuale, culturale, estetica e politica, la Continental Philosophy acquisì una pratica teorica originale. Le opere di Hegel, Marx, Nietzsche, Kierkegaard, Husserl, Heidegger, Sartre, de Beauvoir, Merleau-Ponty, Benjamin, Adorno, Saussure, Barthes, Lacan, Foucault, Deleuze, Derrida, Kristeva, Irigaray e Lyotard – tanto per menzionare alcuni dei più noti – divennero quello che, altrove, ho definito “testi di riferimento”. Questo campo si allargava includendo non solo fenomenologi trascendentali, fenomenologi esistenzialisti, e fenomenologi ermeneutici, ma anche strutturalisti, semiologi, semiologi ermeneutici, teorici della critica, psicanalisti freudiani, femministe francesi, post-strutturalisti, decostruzionisti e postmodernisti. Molti nuovi argomenti, nuovi campi d’interesse, e orientamenti non trattati dai filosofi europei, sarebbero diventati importanti per la filosofia continentale anglofona.
Il 1980 continuò ad essere un anno frenetico. Dopo aver dato le mie prime conferenze in Francia, nell’autunno fui eletto co-direttore della SPEP. Uno dei nostri primi propositi fu di rielaborare il senso dell’associazione e i suoi obiettivi. I lavori si svolsero in un clima di alta tensione: alcuni volevano che la SPEP rimanesse legata alla presentazione dei principali testi e pratiche della tradizione fenomenologica. Le interpretazioni dei testi di Husserl sarebbero state quelle di interesse principale, seguite dagli studi di Sartre e di Merleau-Ponty. Per i devoti seguaci di Husserl, Heidegger doveva rimanere fuori da questo schema. Per coloro invece che si dedicavano alle discipline umanistiche, si volevano assolutamente applicare tali interpretazioni alla psicologia e alla sociologia. Per altri, lo strutturalismo e la semiologia erano stati esclusi per troppo tempo. Per altri ancora, la nuova ondata veniva dallo strutturalismo e dalla decostruzione. E per altri ancora, bisognava assolutamente includere il pensiero femminista francese. Qualcun altro ancora pensava che la teoria critica e la scuola di Francoforte dovessero essere presenti. L’obiettivo era di creare un luogo di confronto per tutti questi diversi orientamenti nel contesto filosofico contemporaneo. Dal 1980 in poi, uno dei primi argomenti del comitato esecutivo riguardava l’eventuale carattere obsoleto del nome della società e l’opportunità di includere Continental Philosophy nel titolo.
Decidemmo di mantenere il nome già in uso, ma allo stesso tempo di trasformare i programmi annuali della SPEP per trattare gli argomenti della Continental Philosophy. A poco a poco, la società crebbe da 300 a 1.200 membri nel 1986, quando completai il mio secondo incarico come co-direttore. Le conferenze d’autunno non erano più frequentate solo da anziani signori canuti, ma dal 1986 si era aggiunto un folto gruppo di studenti e giovani membri di facoltà (sia uomini che donne). Introducemmo i “Current Research Sessions”, in cui opere recenti venivano discusse da altri filosofi esperti nello stesso campo alla presenza dell’autore che poi forniva un suo commento. A causa dell’aumento vertiginoso delle pubblicazioni di Continental Philosophy negli anni Ottanta, finirono per esserci più libri che sessioni in grado di accoglierli e discuterli.
Come direttore esecutivo nella SPEP, dovevo curare cinque volumi tratti dalle sei conferenze annuali tenute tra il 1980 e il 1986. Il volume più riuscito fu probabilmente Hermeneutics and Deconstruction (1985), che colpì addirittura l’autore di rubriche William Safire, che dedicò uno dei suoi prestigiosi articoli, apparso sull’International Herald Tribune, all“ermeneutica” e alla “decostruzione”. Il volume Postmodernism and Continental Philosophy (1987) segnò una nuova linea di interessi (ossia un interesse verso il postmoderno) che la SPEP già perseguiva. L’ultimo volume, Writing the Politics of Difference (1988), come suggerisce il titolo, mette a confronto le varie differenze filosofiche e politiche che avevano caratterizzato la SPEP.
Nel 1983 uscì Continental Philosophy in America. Si tratta di un volume curato da Thomas Seebohm (del Husserl Circle), da John Sallis (come rappresentante della Heidegger Conference) e da me (come rappresentante del Merleau-Ponty Circle), e pubblicato dalla Duquesne University Press. Un piccolo comitato di ciascuna di queste società aveva selezionato le quattro migliori relazioni tenutasi alle conferenze annuali dal 1975 al 1980. Realizzammo un secondo volume The Horizons of Continental Philosophy (1988) con la collaborazione di Algis Mickunas, Ted Kisiel e Al Lingis.
Intorno alla metà degli anni Ottanta, mentre completavo Inscriptions, il mio editore della Routledge mi chiese se fossi stato interessato a fare una rivista di Continental Philosophy. Un gruppo di studenti della graduate school di Stony Brook esprimeva lo stesso interesse sull’altro versante dell’Atlantico. Decidemmo così di creare una cosa piuttosto originale e speciale, un qualcosa che non sarebbe stato né strettamente una rivista né un libro di una collana, ma qualcosa a metà. Sarebbero stati richiesti articoli che riguardavano un tema specifico (alternando tra una nozione o un movimento o un tema d’attualità), ma anche altri tipi di articoli sarebbero stati presi in considerazione. Per fare in modo che la rivista mantenesse lo standard più elevato possibile, ogni articolo sarebbe stato recensito da almeno due membri dello staff e da almeno un lettore esterno.

 

1987-94

Nella primavera del 1987, dopo essere stato nel comitato esecutivo e aver partecipato all’organizzazione di tutte le conferenze sin dal suo inizio, fui nominato direttore esecutivo dell’International Association for Philosophy and Literature (IAPL). In seguito a questa nomina, la SUNY Press venne ad un accordo con la IAPL (simile a quello già stipulato con la SPEP) per pubblicare i volumi tratti dalle conferenze annuali. Il primo, che curai insieme a Gary Aylesworth, ebbe il titolo The Textual Sublime: Deconstruction and its Differences (1990).
Si apriva un numero sempre maggiore di possibilità per le pubblicazioni di Continental Philosophy. Tra queste, una delle più ragguardevoli è la serie della Routledge che, iniziata nel 1988 con Philosophy and Non-Philosophy since Merleau-Ponty, ha sostenuto, per oltre quindici anni, la pubblicazione di volumi significativi sul postmoderno, la semiosi culturale, la filosofia e il desiderio, Derrida, Gadamer e Lyotard. Inoltre ebbe inizio la collana Contemporary Studies in Philosophy and the Human Sciences pubblicata dalla Humanities Press, e successivamente come Humanity Books (una sigla di Prometheus Books). Pubblicammo alcune delle più prestigiose traduzioni e alcuni dei più originali contributi nel campo. Nel 1989, il nuovo editore Keith Ashfield, che decise di introdurre delle riforme in seno alla direzione editoriale della Humanities Press, mi chiese di curare la collana Contemporary Studies con Graham Nicholson. Questo fu l’inizio di una collana interamente rinnovata, che incluse le traduzioni delle opere di Merleau-Ponty, Heidegger, Otto Pöggeler, Carlo Sini, Louis Marin, Mikel Dufrenne, Gianni Vattimo, Hermann Lang e Dominique Janicaud. La Humanities mi chiese anche di costituire un’altra collana intitolata Philosophy and Literary Theory, che avrebbe pubblicato i volumi i cui argomenti si trovavano a cavallo tra la Continental Philosophy e nuove tendenze nella teoria poetica, letteraria ed estetica. E questa serie ha incluso lavori importanti di Jean-Francois Lyotard, Jean-Luc Nancy, Mario Perniola, Robert Bernasconi, Veronique Foti, Richard Kearney, Wilhelm Wurzer, Roy Martinez, .
Durante i successivi sei anni, dopo aver assolto i miei obblighi accademici e didattici a Stony Brook, fui visiting professor in Inghilterra, Italia, Austria e Francia. Nella primavera del 1988, andai all’università di Leeds, dove incontrai un gruppo di persone appassionate di Continental Philosophy. Nell’autunno del 1989 fui visiting professor all’università di Torino, dove tenni il corso Art and Truth, che mi consentì di sviluppare ulteriormente alcune tematiche per Textualities. L’occasione di insegnare, discutere ed esplorare le nuove idee con i colleghi e gli studenti di Torino mi aiutarono a sviluppare l’interesse per la filosofia italiana contemporanea.
Nell’estate del 1993 e nel gennaio del 1994 fui visiting professor a Vienna e a Nizza. Entrambe queste occasioni mi consentirono di approfondire le mie conoscenze teoriche contemporanee franco-tedesche, nonché di stabilire rapporti proficui con i colleghi e gli studenti. Mi rendevo conto inoltre che in Europa era in costante aumento l’interesse per la Continental Philosophy. Il fatto che sempre più filosofi francesi, italiani e austriaci si fossero interessati alla Continental Philosophy – e che avessero riconosciuto la filosofia americana come qualcosa che va ben oltre la filosofia analitica o post-analitica – ha favorito l’apertura di un campo teorico e di scambio ben più ampio.
Tutte queste opportunità europee mi hanno spinto a sviluppare ulteriormente le mie idee riguardo la filosofia e l’estetica contemporanee. Ho tentato di esplorare come la testualizzazione e la giustapposizione di eventi, esperienze, idee, istituzioni e testi, costituiscano i frames postmoderni del moderno; come il postmoderno venga testualizzato nella modernità; e come iscrizioni citate, ripetute, riconosciute e culturalmente inserite segnino le teorie, i film, gli edifici e la letteratura postmoderna.

 

1995-2006

Gli ultimi dieci anni sono stati ancora più frenetici di quelli precedenti. La ricerca scientifica continua ad essere affiancata dall’attività didattica, culturale ed editoriale.
Gli inviti ai convegni sono aumentati vertiginosamente, così come quelli accademici che mi hanno dato l’opportunità di essere visiting professor presso numerosissime università americane, canadesi, europee, asiatiche e australiane. Da Sydney e dalla Tasmania a Halifax, passando per Helsinki, Roma, Seoul, Rotterdam, Klagenfurt, Trondheim, Milano, Copenhagen e Cork, ho consolidato vecchi amicizie intellettuali e avviato nuove relazioni culturali. Nel 2001 sono stato molto onorato di ricevere la Distinguished Chair in the Humanities (Fulbright) dall’Università di Vienna, una città della “vecchia Europa”, dove sono solito “ritirarmi” e trascorrere il periodo estivo quando termino i miei corsi a Stony Brook e mi sono liberato dagli altri impegni in giro per le università di tutto il mondo.
Per quanto riguarda le pubblicazioni, grazie alla proficua collaborazione con la casa editrice internazionale Continuum, numerosi sono ormai i volumi disponibili sulle conferenze dell’IAPL. Per gli stessi tipi sono inoltre usciti i lavori dei pensatori contemporanei più interessanti presenti sulla scena mondiale. Non meno importante è la collaborazione con le case editrici Routledge, Rowman & Littlefield, Northwestern University Press e Humanity Books. Tutte queste pubblicazioni dimostrano l’interesse a promuovere la diffusione dei contributi teorici più significativi degli ultimi anni, nonché la dinamicità che ferve intorno all’ambiente, ormai globale, della Continental Philosophy. Il mio volume Inscriptions: After Phenomenology and Strucuturalism è stato ripubblicato con una piccola modifica nel sottotitolo (after al posto di between) nel 1997. L’opera Textualities: Between Hermeutics and Deconstruction (1994) è stato pubblicato in tedesco. L’edizione italiana Testualità tra ermeneutica e decostruzione (Milano, Spirali, 2003) promossa da Carlo Sini sigla un importante punto d’incontro tra la filosofia contemporanea italiana e la teoria letteraria e culturale americana iniziato nel novembre del 1983, quando nel novembre di quell’anno si tenne a New York la conferenza Critica dell’ideologia ed ermeneutica nel pensiero italiano contemporaneo. A ogni intervento di un filosofo italiano corrispondeva la replica di un critico culturale americano. Tra i filosofi italiani vi erano Gianni Vattimo, Remo Bodei, Aldo Gargani, Ferruccio Rossi-Landi, Mario Perniola e Carlo Sini. Gli americani erano Richard Rorty, Reiner Schürmann, William V. Spanos, Edward Said, Fredric Jameson e il sottoscritto. Fu una stupenda occasione per conoscere gli scritti e il pensiero di questi importanti filosofi italiani. In seguito ci sono state varie occasioni che hanno rafforzato gli scambi teorico-culturali tra i pensatori americani e italiani. Particolarmente proficui sono state le collaborazioni tra l’Università di Milano, di Torino e di Roma (nel 2001 sono stato visiting professor all’Università di Tor Vergata a Roma).
Insieme a tutta questa attività, negli ultimi dieci anni mi sono occupato della questione del postmoderno nella filosofia, nella letteratura, nel cinema, nell’arte, nell’architettura, nella politica e nella cultura. Sto preparando il seguito di Inscriptions e Textualities che tratterà e teorizzerà il ruolo del pensiero postmoderno, ed in particolare la decostruzione, sulla scena intellettuale contemporanea. Molti articoli, già pubblicati, in francese, tedesco, finlandese, coreano, oltre che in inglese, si focalizzano su queste tracce postmoderne. E molto di questo lavoro lo devo al pensiero di Derrida, Lyotard, Nancy, Kristeva, Irigaray, Vattimo e Perniola, nel ripensare all’interno di una prospettiva della filosofia continentale americana, i lavori di Heidegger, Merleau-Ponty, Gadamer, Ricoeur, Foucault e Deleuze.
In particolare, la scomparsa di Jacques Derrida nel 2004, così come quella di di Jean-Francois Lyotard nel 1998, ha lasciato una ferita che richiede un ripensamento nel pensare, scrivere e testualizzare in futuro (il debito nei loro confronti è inestimabile). Rimangono le ombre dei miei maestri Roland Barthes (mancato nel 1980), Mikel Dufrenne (nel 1995) e Paul Ricoeur (nel 2006) i cui insegnamenti sono stati fondamentali. I nostri sentieri, da adesso in poi, possono solo aprire nuovi spazi e terreni di ex-scriptions per la filosofia del ventunesimo secolo. Come riusciremo a rispondere alle responsabilità etiche che segnano i luoghi della differenza entre nous, come possiamo non farlo?
E, last but not least, che cosa si può dire dell’IAPL? Ebbene quest’anno siamo giunti al trentesimo anniversario! Non male per un gruppo iniziato con trenta persone sedute intorno ad un tavolo alla Harvard Divinity School nel 1976. Allora i temi presi dalla Continental Philosophy erano connessi a specifici testi letterari provenienti dai recenti scenari europei (prevalentemente franco-tedeschi). Il nostro trentesimo convegno Between Three: Arts, Media, Politics (5-10 giugno, 2006), si è svolto in Germania, Francia e Svizzera, ossia nei tre paesi che costituiscono il cuore della tradizione intellettuale dell’IAPL. In questi trent’anni l’IAPL ha “fatto aprire gli occhi”: difatti ha aperto la riflessione su temi e idee che non fanno parte di un ambito disciplinare tradizionale. Tutte le tematiche di cui abbiamo trattato in questi anni – virtual incorporations, interrogating images, intermedialities, beginnings, dramas of culture, crossing borders, writing aesthetics, visibility and expressivity, virtual materialities, chiasmatic encounters, layering, tanto per nominarne alcune – ci hanno obbligati ad andare al di là dei modi tradizionali, scontati e convenzionali di pensare, di teorizzare e di fare critica. L’IAPL ha dato una scossa alla riflessione teorica, svegliandoci dai nostri “torpori dogmatici”; ci ha costretto ad aprire gli occhi (non alla Kubrick in Arancia meccanica!) su scenari, territori e concetti contemporanei. Anche la scelta dei luoghi in cui si sono tenuti i vari convegni della IAPL persegue l’idea di andare al di là delle convenzioni. Abbiamo sempre scelto posti al confine, ai margini, fuori dalle rotte comunemente battute dagli organizzatori di convegni. Siamo andati a Leeds (anziché a Londra), a Rotterdam (anziché Amsterdam), a Fairfax (anziché a Baltimore), a Edmonton (anziché a Vancouver), a Orono (anziché Boston), a Syracuse (anziché New York). Duranti i primi anni, i convegni erano tenuti nei luoghi marginali degli Stati Uniti – Minnesota, Ohio, Kansas, Virginia, Alabama, Georgia, tanto per nominarne alcuni. Dagli anni Ottanta in poi, la IAPL ha cominciato a spostare i suoi incontri anche in Europa dove si sono svolti i convegni del 2002 a Rotterdam, del 2003 a Leeds, del 2005 a Helsinki e 2006 a Friburgo, Strasburgo e Basilea – con Cipro all’orizzonte nel 2007. Niente male quindi per trent’anni di attività… e molti anni ancora a venire!

(Traduzione dall’inglese e cura di Sarah F. Maclaren)

 

Bibliografia

La bibliografia di Hugh Silverman è vastissima. Ci limitiamo a riportare alcune delle sue pubblicazioni e curatele principali. Per conoscere l’intera bibliografia e le numerosissime attività di Silverman, segnaliamo i seguenti websites:

http://ms.cc.sunysb.edu/~hsilverman/HJS_PUBLICATIONS/PubTOC.htm
http://ms.cc.sunysb.edu/~hsilverman/HJS_VITA/CV_and_Personal_Data.htm
http://www.sunysb.edu/iapl/Conference_History/Conference%20History.htm
www.iapl.info

1973, Maurice Merleau-Ponty, Consciousness and the Acquisition Of Language, traduzione e prefazione, Evanston, Northwestern University Press.
1974, Artistic Creation and Human Action, «Mosaic: Literature and Ideas», 8 (1).
1975, Dufrenne’s Phenomenology of Aesthetics Experience, «The Journal of Aesthetics and Art Criticism», 33 (4).
1978, Imagining, Perceiving, Remembering, «Humanitas», 14 (2).
1979, Merleau-Ponty’s Human Ambiguity, «Journal of the British Society for Phenomenology», 9 (1).
1980, From Utopia/Distopia to Heterotopia: An Interpretive Topology, «Philosophy and Social Criticism», 78 (2).
1980, Piaget, Philosophy and the Human Sciences, Atlantic Highlands, N. J., Humanities Press; 1989, trad. spagnola, Piaget, la Filosofia y las Ciencias Humanas, Mexico, Fondo de Cultura Económica.
1982, Cezanne’s Mirror Stage, «Journal of Aesthetics and Art Criticism», 40 (4); 1994, ripubblicato in, Johnson, G. A., a cura, The Merleau-Ponty Aesthetics Reader: Philosophy and Painting, Evanston, Northwestern University Press.
1983, con Sallis, J., Seebohm, T., a cura, Continental Philosophy in America, Pittsburgh, Duquesne University Press.
1985, con Ihde, J., a cura, Hermeneutics and Deconstruction, Albany, State University of New York Press.
1987, Inscriptions: Between Phenomenology and Structuralism, London-New York, Routledge; 1997, ripubblicato, Inscriptions. After Phenomenology and Structuralism, Evanston, Northwestern University Press.
1987, con Welton, D., a cura, Postmodernism and Continental Philosophy, Albany, State University of New York Press.
1988a, Philosophy and Non-Philosophy since Merleau-Ponty; con una traduzione di Philosophy and Non-Philosophy since Hegel, di Merleau-Ponty, Continental Philosophy Series, vol. 1, London-New York, Routledge.
1988b, con Mickunas, A., Kisiel, T., Lingis, A., a cura, The Horizons of Continental Philosophy: Essays on Husserl, Heidegger and Merleau-Ponty, Dordrecht, Kluwer.
1990, Postmodernism-Philosophy and the Arts, a cura, London-New York, Routledge; trad. coreana, 1992, Seoul, Koreaone Press.
1990, con Aylesworth, G., a cura, The Textual Sublime: Deconstruction and its Differences, Albany, State University of New York Press.
1991, a cura, Writing the Politics of Difference, Albany, State University of New York Press.
1994, Textualities: Between Hermeneutics and Deconstruction, London-New York, Routledge; 1997, trad. tedesca, Textualitäten: Zwischen Hermeneutik und Dekonstruktion, Vienna, Turia und Kant; 2003, trad. italiana, con una presentazione di C. Sini, Testualità tra ermeneutica e decostruzione, Milano, Spirali.
2002, a cura, Lyotard: Philosophy, Politics, and the Sublime, London-New York, Routledge.
2006, a cura, Foucault’s Genealogies, London-New York, Routledge.

 

 

N. 13
Marzo 2007

HomeManifestoRedazioneContattiCommentiLinks
SommarioEditorialeArticoli