Sor-hoon Tan, L’autorevole Confucio in un'età autoritaria

Enea Bianchi, La nozione di autorità di Nietzsche nella letteratura anglosassone

 

NOTE E RASSEGNE

Ivelise Perniola

Roland Barthes e Michel Foucault: l’autore e? morto, viva l’autore

Che importa chi parla, qualcuno ha detto, che importa chi parla.
Samuel Beckett

 

Nel 1967, sulla rivista ‘Aspen Magazine’, compare un breve testo in inglese di Roland Barthes destinato a cambiare molti aspetti del variegato panorama culturale della fine degli anni Sessanta; il testo si intitola The Death of the Author e verra? poi ripreso in francese l’anno successivo su ‘Manteia’. In questo breve testo, Barthes sostiene che la scrittura e? un luogo neutro, ricettacolo di istanze di varia natura, luogo di passaggio, nel quale si incastra casualmente l’immagine riflessa di uno scrivente, privo di importanza al fine della recezione del testo. Barthes sostiene che l’invenzione dell’autore e? una questione moderna: ai popoli primitivi, ma forse non occorre andare cosi? indietro, non interessa da quale fonte provenga un racconto, una narrazione; l’autore e? del tutto secondario, per non dire irrilevante, a fronte della potenza orale dell’affabulazione. Successivamente con l’affermarsi dei saperi paratestuali e con la nascita della critica letteraria si e? assistito ad un curioso capovolgimento: il testo diviene progressivamente meno importante dell’autore che lo ha generato, almeno sino alla rivoluzione condotta dalle avanguardie e alla loro battaglia per il ridimensionamento del ruolo dell’autore. I colpi inferti al principio di autorita? autoriale vengono inferti in primo luogo da Mallarme?, da Valery, da Proust, dai surrealisti e dalla linguistica moderna. Ad una tendenza ancora fortemente accentratrice, portata sempre avanti dalla critica, fa da contraltare un’azione disgregante di erosione, al punto da far emergere con forza un’idea automatica di scrittura, secondo la quale lo scrivere non e? nulla di piu? se non un’azione riflessa, un automatismo, al pari del dormire o del camminare. Lo scrittore, secondo Barthes, allora diventa un viatico di influenze esterne, un luogo di passaggio, una specie di medium, privo di poteri sovrannaturali, ma semplice ‘mezzo’ di trasmissione dello zeitgeist circostante. E allora che importa chi parla, se a parlare sono i tempi in cui l’autore e? immerso, come carta carbone che riporta l’impronta della sostanza in cui si trova immersa. L’ultimo punto toccato da Barthes nel suo breve testo e? particolarmente interessante e originale: il vero nucleo di interesse non sarebbe piu? l’autore, ma il lettore, colui che legge il testo. Infatti non si da? testo se non c’e? un lettore che lo attraversi. L’unita? del testo non e? nella sua origine, ma nella sua destinazione. Il lettore, pero?, e? un uomo senza biografia, senza nome, vera e unica istanza in grado di raccogliere l’eredita? di un testo. L’intuizione di Barthes verra? raccolta poi anche nell’ambito degli studi sul cinema (che hanno fatto di Barthes un vero e proprio paladino), quando studiosi come Roger Odin o Franc?ois Jost, allontaneranno la loro attenzione dal dominio della politique des auteurs, predominante per tutti gli anni cinquanta e sessanta, e faranno propria la teoria della recezione spettatoriale, interessandosi maggiormente ai meccanismi di lettura spettatoriale e conferendo allo spettatore l’importanza che merita.

A distanza di pochissimo tempo, Michel Foucault sembra rispondere alle provocatorie asserzioni di Barthes con un testo, che sposa in gran parte le posizioni di Barthes, aggiungendo pero? qualche ulteriore elemento di riflessione. Il testo in questione e? Che cos’e? un autore ed e? stato esposto da Foucault, per la prima volta, il 22 febbraio 1969 presso il Colle?ge de France. L’interesse primario di Foucault e? quello di ricercare il rapporto che il testo intrattiene con l’autore, il modo in cui esso acquisisce valore in base all’attribuzione ad una determinata origine. Il filosofo francese argomenta la sua posizione partendo da alcune asserzioni, in primo luogo: la scrittura si e? liberata ormai dal tema dell’espressione. Essa si riferisce solo a se stessa, senza per questo essere autoreferenziale. In secondo luogo, la scrittura continua ad avere da sempre un forte legame con la morte, solo che prima, la scrittura manteneva in vita il narratore, come accade ne Le mille e una notte, mentre adesso non c’e? scrittura possibile che non contempli la morte dell’autore, come condizione della propria possibilita? di esistere: “a lui spetta il ruolo del morto nel gioco della scrittura.” (Foucault, 1969, 4), anche il testo di Barthes arrivava alle medesime conclusioni e la somiglianza non e? certo casuale. Tuttavia le difficolta? che si incontrano nel definire il concetto di autore, non sono inferiori di fronte alla definizione del concetto di opera. Dal momento che i due termini sono strettamente correlati e non si puo? parlare di opera se dietro non c’e? un autore, un nome, che ne sancisce il valore. Al punto che anche una serie di appunti sparsi, senza pregio, diventano un’opera se a redigerli e? stato Shakespeare o Victor Hugo. Il nome dell’autore, infatti, non e? un nome come un altro, ma e? un sistema che designa e raggruppa una serie di opere, di prodotti letterari, per utilizzare un terribile termine contemporaneo, si potrebbe quasi dire che il nome dell’autore e? come un brand, un marchio commerciale. Tuttavia, continua Foucault, non tutti i testi hanno un autore; quindi la funzione autore e? caratteristica di un modo di esistenza, di funzionamento di certi discorsi all’interno della societa?, ma non di tutti. Infatti, e? meno importante sapere l’origine di un discorso scientifico rispetto ad uno letterario. La scienza rimane vera, indipendentemente da chi ha dato forma scritta alle sue leggi. L’autore letterario presenta inoltre alcune caratteristiche che lo contraddistinguono in quanto tale: la prima e? data dalla considerazione che il testo e? un oggetto di appropriazione, legato al nome di chi lo ha prodotto. Nel momento in cui il testo letterario comincia ad essere letto nella societa? come un qualcosa di potenzialmente ‘pericoloso’, allora si rende necessaria l’attribuzione ad un nome, che possa essere punito, nel caso il testo si discosti dalle norme morali e religiose di un determinato gruppo sociale. L’autore incomincia, quindi, ad essere identificato affinche? si assuma le responsabilita? penali dei suoi scritti. In secondo luogo, la contemporaneita? non sopporta l’anonimato letterario, che puo? essere accettato solo sotto forma di enigma (il gioco diventa allora scoprire chi si cela dietro uno pseudonimo o, addirittura, dietro l’anonimato). Nell’antichita? si accettava piu? di buon grado l’anonimato letterario rispetto all’anonimato scientifico, mentre la contemporaneita?, come abbiamo gia? evidenziato, preferisce nettamente il secondo al primo. Ma tuttavia la contemporaneita?, nell’ottica di Foucault, ha un’onda lunga, se arriva a sostenere che i criteri identificati da San Girolamo nel De viris illistribus, per evidenziare i metodi di azione della funzione autore, sono rimasti inalterati per oltre mille e cinquecento anni ( unita? di valore, unita? di stile, coerenza tematica, aderenza ai tempi storici). Infine, conclude Foucalt, il nome autore non rimanda soltanto ad una individualita?, ma puo’ riferirsi a molteplici stratificazioni identitarie: “a molti ego, a molte posizioni-soggetto che classi diverse di individui possono occupare” (Foucault, 1969, 14). Uno, nessuno e centomila dalla parte dell’autore e non piu? del personaggio.

L’ultimo aspetto toccato da Foucault nel suo importante contributo, e? relativo ai cosidetti fondatori di discorsivita?, la cui rilevanza nel campo del sistema dei discorsi sociali e? di gran lunga superiore al semplice autore letterario. Il fondatore di discorsivita? infatti non si limita a redigere testi che vengono raccolti sotto il suo nome, ma incide proprio con i suoi testi fortemente sulla societa? e sulla storia, modificandone la struttura e il corso degli eventi. Tra i fondatori di discorsivita?, Foucault annovera Freud e Marx, ad esempio. La centralita? di queste figure e? evidente per la storia dell’Occidente e il recupero di un nuovo testo inedito di Freud, non cambierebbe soltanto le carte dell’esegesi freudiana ma dell’intero sistema psicoanalitico. I fondatori di discorsivita? sono maggiormente legati al discorso storico-umanistico: e? evidente che il ritrovamento di un testo inedito di Galileo non cambierebbe una virgola della cosmogonia, cosi? come e? stata accettata e studiata nell’arco dei secoli. I ritrovamenti sono emblematici ma non in misura maggiore rispetto alle dimenticanze, altrettanto significative di una volonta? di rimozione collettiva che puo? assumere, a volte, tratti piuttosto inquietanti. I testi sono quindi il crocevia di differenti tensioni, che esulano dalla centralita? del ruolo dell’autore, che anzi e? marginale, rispetto al predominio della storia e della societa? nell’accettare o rifiutare determinate opere. Si puo? forse immaginare, conclude Foucault, una cultura in cui i discorsi, i testi, circolino e vivano senza che la funzione autore faccia mai la sua comparsa. Si puo? immaginare...e forse la struttura intermediale, poco qualificata e qualificante, liquida, della rete ha portato proprio a questo. Ma siamo sicuri che sia la condizione migliore? Quello che Foucault auspicava come necessario, come incontrovertibile, come intimamente auspicabile, si e? trasformato in una realta? dell’appropriazione, dell’anonimato e del crollo verticale del valore letterario. Cosa importa chi parla? Tanto nessuno piu? legge. La morte dell’autore, non ha portato al trionfo del lettore (come auspicava Barthes), ma ad una morte congiunta della scrittura e della lettura. Deceduti di morte comune: l’autore trascina nella fossa anche il lettore, esercitando la sua piu? crudele vendetta contro la minaccia di estinzione che i filosofi francesi impugnavano con sadica sicurezza. Morti tutti, compresi Barthes e Foucault, rimangono parole fluttuanti nella rete, anch’esse a rischio estinzione, tra poco, a breve, prima che ce ne possiamo rendere conto.

Roland Barthes e Michel Foucault: l’autore è morto, viva l’autore

Bibliografia

Barthes, R., 1984, La mort de l’auteur (1968) in Id. Le bruissement de la langue, Paris, Seuil, (tr. it. La morte dell’autore, in Il brusio della lingua. Saggi Critici, vol.IV, Einaudi, Torino, 1988)

Foucault, M., 1994, Qu’est-ce un auteur (1969) in Id. Dits et e?crits, Paris, Gallimard (tr.it. Che cos’e? un autore? in Scritti letterari, Feltrinelli, Milano, 1984).

 

 

 

N. 28
Ottobre 2014

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