Michel Makarius, La fine dell'amore

 
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La fine della rivoluzione sessuale e l’amicizia

 

“Chi sei tu, col quale sto parlando?”
Siegfried Kracauer

 

Nei primi anni Ottanta, un’epoca in cui la rivoluzione sessuale continuava la sua marcia trionfale con l’abolizione della censura e la diffusione della pornografia, Michel Makarius metteva in risalto il carattere mendace e mistificante di questo fenomeno, che si presentava come un’emancipazione e una liberazione da divieti e da tabù secolari, mentre preparava una forma nuova e più sottile di oscurantismo e di inganno attraverso lo svuotamento e l’invalidazione di ogni cultura dell’amore. 

Con YouTube la rivoluzione sessuale ha raggiunto il suo compimento compiuto, e si è finalmente rivelata per quello che è sempre stata fin dall’inizio: un nuovo ostacolo all’emancipazione delle donne e degli uomini, della femminilità e della mascolinità. Fornendo gratuitamente qualsiasi tipo di pornografia e favorendo ogni forma di prostituzione, ha  azzerato il valore della sessualità, creando un vero e proprio collasso del desiderio e del piacere, le cui conseguenze saranno più evidenti nelle generazioni future. 

Caduta nel ridicolo l’identificazione tra privato e politico, che era stato uno degli assunti fondamentali della rivoluzione sessuale, ritorna alla ribalta una questione classica da molto tempo dimenticata, quella dell’amicizia, al cui offuscamento un contributo decisivo fu recato da Carl Schmitt e dai suoi seguaci. È stato appunto questo pensatore ad intendere l’opposizione amico-nemico in senso esclusivamente  politico, schiacciando tutta la vasta e multiforme problematica dell’amicizia su un solo registro: quello dell’utilità e della vittoria, secondo una linea di pensiero che nell’età moderna risale per lo meno a Bacone.

Non è in questa prospettiva che si poneva Michel Makarius, della cui generosità chi lo ha conosciuto ha avuto moltissime prove. Di quanto sia difficile parlare di questo fondamentale legame sociale, che sembra contenere in se stesso tutti i tipi di relazioni positive tra gli esseri umani, pochi sembrano essersi resi conto pienamente. Tra questi bisogna annoverare Siegfried Kracauer che in tre saggi pubblicati tra il 1917 e il 1923 (Kracauer 1989) ha esplorato questo territorio con la più grande finezza e garbo. Leggendolo ci si rende conto dell’affinità tra lo stato di disgregazione psichica provato da molti alla fine della Prima guerra mondiale e la condizione in cui quarant’anni di rivoluzione sessuale ci hanno condotto esiste una certa consonanza: “in noi sopravvivono i frammenti di una moralità tradizionale che non corrisponde più alla realtà della nostra esistenza” e soffriamo di questa situazione “senza sapere dove trovare un sostituto a questi resti esangui e morti” (p. 48).  Nello stesso tempo ci si accorge che si è concesso e si continua a concedere troppo ai miti del successo mondano (collassati col crack economico dell’ottobre 2008), a detrimento della possibilità di stabilire rapporti amichevoli scevri dall’interesse, nonché dalla gelosia e dall’invidia. Queste ultime passioni “distruggono anche la comunione più profonda, e perciò devono essere tenute il più possibile lontane dall’amicizia” (p. 44).

È possibile? Secondo Melanie Klein, l’invidia è l’espressione sadico-orale e sadico-anale di impulsi distruttivi: essa entra in azione fin dalla nascita e ha una base costituzionale nella formazione psichica dell’essere umano (Klein 1957). La lotta tra gli istinti di vita e di morte e la conseguente minaccia di distruzione del Sé da parte degli impulsi distruttivi, sono fattori fondamentali nel rapporto iniziale del bambino con la madre. Il neonato desidera di avere un seno inesauribile e onnipresente, che non si esaurisca nella domanda di cibo, ma pretende anche la liberazione dagli impulsi distruttivi e dalle angosce persecutorie. Ovviamente l’invidia ha intensità variabile a seconda degli individui alla sua origine stanno tanto la frustrazione quanto l’indulgenza eccessiva della madre. Melanie Klein cita un classico della letteratura inglese, Geoffrey Chaucer: “L’invidia è senz’altro il peccato peggiore che esista; tutti gli altri peccati sono  rivolti contro una sola virtù, mentre l’invidia è rivolta contro tutte le virtù e le bontà”. Una delle conseguenze dell’invidia eccessiva è il sorgere del senso di colpa; un modo per sottrarsi consiste nell’idealizzazione della persona nei confronti della quale si provano questi affetti. Ne deriva che i rapporti interpersonali di natura sentimentale sono instabili perché molto spesso idealizzazioni e  negazioni si alternano.

Nei rapporti culturali il tipo di ingratitudine più frequente è quella che di coloro che, avendo una presuntuosa opinione  dei propri meriti sono indotti a considerare ogni beneficio come un doveroso atto di giustizia (Saint-Evremond 1954, p.37).

Queste amare considerazioni sulla complessità dei rapporti umani devono essere tenute presenti quando si riflette sull’amicizia. Kracauer giustamente osserva che sotto questa unica parola sono comprese una quantità grandissima di situazioni differenti. Gli antichi filosofi stoici individuavano ben sessantasei tipi di passioni differenti (Daraki 1989, p. 79). Sono almeno altrettante, e probabilmente molte di più, le forme dell’amicizia. Perciò “ci accontentiamo di un’unica espressione per quanto rimane di quell’insieme caotico e complesso” che va sotto il nome di “amicizia”. “Tuttavia – continua Kracauer – è possibile darne una rappresentazione che presupponga la maggiore completezza possibile e, pur essendo necessariamente unilaterale attinge un valore generale tanto più elevato quanto più vasto è il contesto concettuale in cui la rappresentazione è inserita significativamente” (p. 10). 

Kracauer comincia con l’escludere dall’amicizia non pochi tipi di relazioni. Innanzitutto non rientrano in questa categoria  il rapporto tra compagni tenuti insieme da un impegno comune, né quello tra colleghi, né infine quello tra conoscenti. In linea generale,  non può esistere amicizia ovunque il rapporto si basa su qualcosa che proviene dall’esterno: sono escluse perciò   le relazioni tra superiore e sottoposto. Inoltre non riescono ad entrare in un rapporto di amicizia quanti sono interiormente disgregati: questi, per Kracauer probabilmente la maggioranza, “non possiedono sufficiente forza propria per affermarsi nel mondo come unità peculiari, ma sono di volta in volta il prodotto delle circostanze” (p. 27). La loro vita è un labirinto quanto mai intricato. Può succedere che improvvisamente lascino un impegno preso senza saper darne una ragione, anzi senza nemmeno avere il coraggio di confrontarsi faccia a faccia con le persone che di colpo abbandonano. Nei casi più spiacevoli, questo abbandono assume la forma di un ricatto di varia natura, perfino di carattere scientifico, come nel caso di un capo redattore di una rivista che senza alcun preavviso avanzi pretese impossibili da soddisfare immediatamente e  lanci invettive per iscritto di cui non si riesce a capire lo scopo. Dice Rivarol che le amicizie più tenere e gli odi più forti nascono nei confronti delle persone con cui si ha più consuetudine (Jünger 1992, p. 105), ma parla in un’epoca, l’Ancien régime, in cui esistevano persone capaci di amare e di odiare. 

Per Kracauer ciò che assomiglia di più all’amicizia è l’amore spirituale che non chiede nulla e si pone così in alto che il desiderio dei sensi non riesce ad avvicinarsi. Viene bene a proposito la citazione di un verso di Goethe: “Le stelle, chi le vuole? / Ci allieta il loro fascino” (Trost in Thränen, settima strofa). Quanto al vincolo coniugale, esso è qualcosa di troppo complicato perché l’amore possa manifestarsi allo stato puro. 

Per essere capaci di amicizia e  di amore, bisogna per Kracauer avere un nucleo personale piuttosto coerente. Si sa, da sempre, del resto che chi non va d’accordo con se stesso, non può andar d’accordo con gli altri. L’amore e l’amicizia, pur essendo cose distinte, rimandano l’uno all’altro, al punto che non c’è amore senza amicizia e viceversa. È difficile sottrarsi all’impressione che Kracauer sia troppo esigente nel descrivere le condizioni di una vera amicizia: ma proprio perciò le sue considerazioni sull’argomento ci mostrano quanto profondo e devastante sia stato il processo di imbarbarimento e di banalizzazione in atto da almeno quarant’anni in Occidente. L’apologia dell’effimero, della mera apparenza e dell’immediato, della novità apprezzata solo in quanto tale,  che ha rappresentato un ritornello ossessivo degli ultimi quarant’anni, è stata una scuola popolare di cinismo a cui è stato ben difficile resistere e quasi impossibile opporsi direttamente, se non in modo ipocrita oppure ideologico. Kracauer ci ricorda che ogni essere umano “aspira a  strappare al fluire del tempo  le componenti più preziose della sua effimera esistenza [...].  Ciò che vive in lui non deve essere preda del tempo né cadere in oblio, ma sopravvivere   il più a lungo possibile al giorno fuggevole e agire nel più remoto futuro. Questo istinto trova la sua soddisfazione  più perfetta quando la vita che trascorre senza posa può essere fissata nelle forme durevoli di un’opera” (pp. 40-1). Quanti ci invitano a trasformare  “Ágalma” in una rivista on-line dimenticano che la forma più duratura di opera resta la pubblicazione su carta e sono senz’altro privi di quel “sentimento inebriante che consiste nell’eternare la propria vita interiore”. 

Tendo a credere che Michel Makarius, di cui ho ben conosciuto i genitori, Raoul e  Laura Levi, (quest’ultima autrice di un’opera importante Le sacré et la violation des interdits) entrambi antropologi, sia stato come sopraffatto dalla brutalità e dalla feroce disumanità del tempo in cui ha vissuto, che sotto i vessilli della liberazione e del progresso ha creato nuove forme di incomunicabilità e di alienazione. Kracauer dà una bella definizione dell’amicizia quando dice che essa è la gioia di essere compresi  e di sentirsi al riparo nell’animo altrui. Ciò presuppone tuttavia una conoscenza reciproca che è ben difficile da raggiungere: si vive talvolta per anni e anni insieme senza che il partner riveli episodi traumatici cruciali per comprendere le sue ansie e le sue irragionevoli paure. L’amicizia implica un’intima confidenza che è ben difficile da raggiungere, quando le fanno da ostacolo cose inconfessabili che coinvolgono la complicità, l’indifferenza  o semplicemente la stoltezza dei familiari più prossimi. Esistono ostacoli che richiedono una forza e una tenacia di cui non ci si sente capaci. È facile essere vinti da uno scetticismo radicale nei confronti della possibilità di aiutare spiritualmente  chicchessia: molte amicizie naufragano “a causa di inezie e di malintesi per metà immaginari”. 

Tutto ciò mostra quanto sia difficile arrivare ad un rapporto di amicizia: ma è anche difficile mantenerlo: “i periodi di decantazione e di allontanamento occasionale sono perciò una necessità per la conservazione dell’amicizia”. Come dice Goethe, può non essere inopportuno astenersi dal colloquio per un certo periodo di tempo. 

“Chi procede a passo più lento – osserva Kracauer (p. 46) – è sottoposto ad un’influenza cui non è in grado di contrapporre nulla di simile. Questo influsso mortifica colui che va ancora a tentoni, gli fa violenza e lo ostacolo ad ogni passo, così che il risentimento si impadronisce di lui”. Sicché qualsiasi tentativo di mettere in sesto artificiosamente il rapporto non farebbe che renderlo ancora più falso. L’unica via di salvezza diventa allora la separazione per un certo tempo. Le amicizie sono qualcosa di dinamico, ma il loro evolversi non procede attraverso un continuo andare avanti: il silenzio, l’interruzione, le lettere giocano un ruolo altrettanto importante al loro approfondimento quanto il dialogo.

Ricca di finezze è il l’analisi di ciò che Kracauer definisce le “amicizie intermedie”, che sono probabilmente  le più numerose. In queste si svelano soltanto alcuni aspetti del carattere, mentre altri restano nascosti; sicché non c’è da meravigliarsi che gli “amici intermedi” di una stessa persona possano essere molto diversi tra loro, perché ognuno impegna nel rapporto un aspetto diverso della propria persona. I motivi di questo tipo di rapporto possono essere esteriori o interiori. Rispetto all’epoca in cui scriveva Kracauer, il dilagare epidemico della mentalità economica, avvenuto negli ultimi quarant’anni, ha preteso di giudicare ogni cosa sulla base dell’interesse immediato che si trae dal rapporto amichevole. Ovviamente non bisogna idealizzare il passato, specie se di questo non si ha avuto per ragioni anagrafiche un’esperienza diretta. Tuttavia è difficile negare che nel corso degli ultimi vent’anni qualcosa è cambiato anche riguardo a queste “amicizie intermedie”, le quali si basavano, almeno in Europa tra le persone civili, su una consapevolezza dei limiti oltre ai quali non era opportuno andare. In altre parole, questo tipo di rapporto implicava una vastissima parte di “non detto”, su cui si era mutualmente d’accordo senza che vi fosse bisogno di manifestarla apertamente. In altre parole, era nell’interesse di entrambe le parti tacere le possibili ritorsioni che il mancato rispetto di una convenzione o di un accordo avrebbe implicato. Vi era una specie di intesa silenziosa sulle conseguenze dell’altrui comportamento scorretto o ostile, secondo il proverbio “chi la fa, l’aspetti”. Si pensava che nuocesse all’instaurarsi di un rapporto amichevole la manifestazione di un dubbio circa la sincerità o l’onestà della persona con cui si aveva che fare, la quale appunto non doveva essere percepita come una “controparte”, ma come un amico. Un profondo mutamento si è avuto a partire dal momento in cui questa reciproca e tacita manifestazione di fiducia è   stata sostituita dall’imporsi in ogni forma di rapporto di una mentalità di carattere commerciale, che si sente tutelata solo da una negoziazione esplicita preventiva, la quale assume talvolta -  nelle persone più rozze, meno acculturate, ma non solo in queste - addirittura la forma di un ricatto. Lo stesso successo della parola “negoziazione” nelle scienze sociali degli anni Novanta testimonia il deterioramento della fiducia reciproca e la propagazione generalizzata ed epidemica della diffidenza. 

Tutto sembra dunque cospirare contro l’amicizia:  molto rari sono diventati gli “amori amichevoli” e quelle “amicizie mature e dolci che si fondano sull’amore passato” che già Kracauer considera non comuni. Infine ci sono coloro che sono interamente votati alla loro opera e ai quali l’attività creativa comanda di preservarsi e di rinunciare all’intimità dei rapporti umani. Tuttavia questi in linea di massima non fondano riviste, né si lanciano in attività collettive: se queste durano negli anni e attraversano un decennio, vorrà dire ben dire che esiste qualcosa, che non riguarda soltanto la singola persona, ma ha un carattere più oggettivo e impersonale, forse qualche affinità di cui nessuno ha una piena consapevolezza e che può anche risultare indicibile.

A questo proposito molto fini sono le considerazioni di Kracauer a proposito del dialogo, di cui mette in evidenza insieme la fecondità e i limiti. Dopo un dialogo nessuno dei due è lo stesso di prima: attraverso di esso avviene qualcosa che cambia un poco l’esperienza di entrambi. Tuttavia esso è un continuo alternarsi di onde e di risacche. Quando non ci si capisce solo l’amore può colmare questo vuoto: “In questo amore affonda le radici  quell’ironia sagace e vagamente malinconica con cui i due individui accompagnano gli alti e i bassi del loro dialogo, quel blando cinismo  con cui si avventurano in basso, nelle regioni dove domina ciò che è solo-umano per dividere tutte le manifestazioni della loro esistenza. Ma l’espressione più alta di questo amore è il silenzio,  che talora suole stabilirsi quando il dialogo ha toccato il suo apice” (p. 84).

 

 

Bibliografia 

Daraki, M., 1989, Une religiosité sans Dieu. Essai sur le Stoïciens d’Athène et saint Augustin, Paris, La Découverte.           

Jünger, E., 1992,  Rivarol, Parma, Guanda.

Klein, M. 1957, Envy and Gratitude. A Study of Unsconscius Sources, London, Tavistock Publications (tr. it. 1969, Invidia e gratitudine, Firenze, Martinelli).

Kracauer, S., [1917-23], 1989, Sull’amicizia, Genova, Marietti.  

Levi Makarius, L., 1974, Le sacré et la violatrion des interdits, Paris, Payot. 

Makarius, M, 1982, Puzzle, Paris, Le hazard d’être.

Id. , Ruines, Paris, Flammarion.

Saint-Evremond [1705 postumo], tr.it 1954, Sull’ingratitudine, in Scritti scelti, Firenze, Sansoni.

 

 

N. 19
Aprile 2010

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