Note sulla “questione degli immigrati”
Alla ricerca del riconoscimento sociale
 

PREMESSA

Angi' Perniola, Parva sed apta mihi..., ma reclamare licet

Mi piace aprire questa riflessione con la celebre locuzione scritta sulla porta della casa di Ludovico Ariosto; essa si completa con le parole: ‘sed nulli obnoxia, sed non sordida: parta meo sed tamen aere domus. Quella dimora, in effetti, significava molto di più di una semplice abitazione, esprimeva la soddisfazione di un ritorno a Ferrara, dopo gli anni difficili trascorsi in Garfagnana, dove lo aveva condotto, in qualità di governatore, una missione pericolosa, per le caratteristiche della regione indomita e ribelle. C’era in essa tutto il desiderio di ritornare ad una dimensione più tranquilla del vivere. Egli, pur essendo certo un ‘grande’ della letteratura italiana e un protagonista del suo tempo, ci ha lasciato l’immagine di uomo amante di un’esistenza, se non proprio dimessa, certo di tono minore, rispetto ai fasti della corte estense. Molte notizie di sè, il ferrarese ci trasmette, proprio nelle Satire, opera ‘minore’ rispetto al capolavoro. Certo però il fatto che i suoi meriti non venissero lì pienamente riconosciuti, non gli era cosa gradita.

Le letterature non mancano certo di figure di secondo piano, ma è piuttosto un diverso atteggiamento del vivere che vorrei sottolineare. Anche Francesco Petrarca, ad esempio, imponente, laureato poeta e consapevole di esserlo, amava poi definire ‘nugaeo ‘nugellaele sue composizioni poetiche in volgare. Ad esse infatti attribuisce il titolo riduttivo di ‘Rerum vulgarium fragmenta, meno impegnativo e solenne, certo, di ‘Canzoniereassegnato alla sua opera maggiore dai petrarchisti del Cinquecento, e a noi pervenuta come indiscusso acme della sua produzione. Non era certo questo il prodotto letterario da lui reputato degno di fama indiscussa. La gloria, a sua stima, doveva pervenirgli invece dalle opere latine in versi e in prosa: è sufficiente citare l’Africa, poema epico dedicato a Scipione, che lo poneva quale erede di Virgilio.

Prima di lui però furono i poetae novi o neòteroi (νεω?τεροι), attivi a Roma nella prima metà del I secolo a.C., che si fecero portatori di una vera e propria nuova poetica. Fu proprio Cicerone a definirli così, intendendo etichettarli in modo dispregiativo. Essi infatti intendevano per l’appunto contrapporsi alla solennità oratoria del grande retore e giurista latino protagonista della vita culturale romana. La loro poesia non si occupava infatti di temi solenni, di epica, nè di alcuna forma di celebrazione di fasti, glorie e miti contemporanei. Il loro interesse era indirizzato invece ad ambiti più intimistici, quali l’amore, l’amicizia e la sfera del personale,

anche questi però trattati con leggerezza elegante, talvolta perfino scherzosa, in forma stilisticamente assai curata e resa preziosa dalla elaborazione esteriore. Tutto ciò, tuttavia, non aveva nulla di pretenzioso e meno che mai serioso, tanto che le loro produzioni erano definite appunto ‘nugae, bagatelle, sciocchezzuole, cose di poco conto. Ma non era certo così se avevano come modello il poeta greco Callimaco, esponente insigne dell’età ellenistica, epoca che esprime un’impronta culturale innovativa, l’alessandrinismo, arte ellenizzante, appunto, aristocratica, elaborata, dotta, di raffinata perfezione. I canoni fondamentali infatti erano il labor limae, che garantiva la cura degli scritti, la brevitas, per essere incisivi e non paludatamente debordanti (Με?γα βι?βλον, με?γα κακο?ν, grande opera, grande approssimazione), la doctrina, cioè i contenuti con riferimenti dotti e ben studiati, il lepos, la grazia nel verseggiare, non magniloquente e mai volgare e poi l’individualismo che consente a questi poeti di concentrarsi sul proprio io, esulando dai temi politici. Callimaco (310-235 a.C.) nella sua raccolta di elegie Aetia, dedicata, come dice il titolo, all’origine dei nomi, degli usi, dei riti, così si esprime in merito agli argomenti da trattare e ai lettori:

ε?νι? τοι?ς γα?ρ α?ει?δομεν ο?? λιγυ?ν ??χον / τε?ττιγος, θο?ρυβον δ’ου?κ ε?φι?λησαν ??νων

(“noi cantiamo infatti per coloro che amarono l’armonioso suono delle cicale e non il raglio degli asini”).

(Callimaco, Aetia, vv. 30-31).

Anche Catullo (84-54 a.C.), il maggiore esponente dei ‘poeti nuovi’ romani, si cimentava nella poesia, tenendo presente quei canoni, facendo di essa solo un piacere, quasi un ludus, un piacevole passatempo da condividere tra amici, astraendosi soprattutto dalla vita potitica: “Nil nimium studeo, Caesar, tibi velle placere / nec scire utrum sis albus an ater homo” (“Non mi interessa affatto piacerti, Cesare, nè sapere se tu sia bianco o nero”).

Per venire a tempi a noi più vicini, anche la fine dell’‘800 e il ‘900 ci hanno lasciato esempi di atteggiamenti letterari e di personaggi che, pur essendo ‘protagonisti’, non sono certo degli eroi che si impongono nell’ambito della loro stessa esistenza.

E? sufficiente pensare ai ‘vinti’ di Verga o agli ‘inetti’ di Svevo.

Nel primo caso si tratta di quanti, quand’anche riescano a realizzare, grazie all’etica del lavoro, come Gesualdo, Mazzarò, padron ‘Ntoni, un patrimonio di beni materiali, la ‘roba’, soccombono poi nella ‘lotta per la vita, schiacciati dalle leggi inesorabili del mondo moderno che li esclude dalla categoria dei vincitori. Tale sforzo titanico accomuna tutti gli strati sociali e questo, appunto, è quanto lo scrittore catanese si propone di realizzare, anche se solo parzialmente, con il ciclo previsto dei cinque romanzi. Il progetto dell’opera è infatti quello di dimostrare come tutti i protagonisti siano impossibilitati a fronteggiare la modernità e dalla fiumana del progressosaranno pertanto travolti come da un mare in piena. Nessuno riuscirà a sfuggire di fronte a questa impari lotta, sia esso pescatore, muratore o proprietario terriero, appartenente all’aristocrazia, onorevole o ‘uomo di lusso. Un fato cieco e imparziale coinvolge nel medesimo destino chi cerca di resistere e opporsi all’ideologia del positivismo. Le circostanze della vita porteranno l’uomo, a qualsiasi classe egli appartenga, dalle più basse alle più alte, a piegarsi sotto un meccanismo che tutto porta via.

Anche i personaggi che Italo Svevo ci propone nei suoi romanzi sono degli inadatti alla vita, esseri deboli e incapaci di affrontare la realtà. Abulici e insoddisfatti, non sono in grado di superare il divario tra le situazioni concrete e i progetti utopistici che non possono realizzare. Impotenti ad agire, finiscono per essere schiacciati dai loro stessi inganni. Sono dei perdenti, degli sconfitti, sopraffatti dalla loro stessa ‘piccolezza, dei falliti che si contrappongono in quanto tali ad un antagonista che annienta l’anti eroe fino a distruggerlo. Il male di vivere, la debolezza esistenziale, lo scarto tra quotidianità piatta e monotona e ambizioni frustrate sono il crogiolo che porterà nei primi due romanzi ad esiti infausti. Se alla base della formazione di Svevo c’è il pensiero di Schopenhauer che lo porta ad evidenziare ‘il carattere effimero e inconsistente della nostra volontà e dei nostri desideri, è presente anche l’influenza del determinismo darwiniano per cui le persone non avevano scampo nel loro agire; l’inettitudine, inoltre, viene vista anche come una fase di un divenire, di uno sviluppo e quindi un processo in fieriforiero di sviluppi e non di cristallizzazioni. Viene in parte rivisto lo stato del tutto negativo dell’‘inettorispetto al ‘normale. Anche i rapporti sociali, tuttavia, contribuiscono a determinare scelte e comportamenti e, quindi, gli esiti che ne derivano sarebbero non prodotto di natura, ma storico.

La stessa scoperta della psicanalisi, per lo scrittore triestino, non sarebbe in grado di guarire; essa piuttosto è strumento per i romanzieriin quanto consente indagini cognitive. La nevrosi è quasi una condizione di vantaggio, in quanto consente di guardarsi dentro, di analizzarsi, cosa che la ‘salute atrocenon fa.

A questo proposito si può aprire una parentesi sulla figura dello scrittore tout court. Certo il materiale per scrivere non viene dal nulla, il più delle volte si paga a caro prezzo, basti un nome per tutti quello di Giacomo Leopardi. Svevo sostiene che la ‘malattia’, il disagio, la sofferenza, vadano protette dalla ‘guarigione’, dalla salute, dal benessere, in quanto le prime costituiscono la fonte di ispirazione e di sublimazione artistica.

Non dobbiamo scordarci poi che la cultura italiana del tempo è dominata dalla figura del ‘superuomodannunziano, banalizzazione e forzatura del modello nietzschiano, ma massicciamente presente nella mentalità della borghesia più o meno dotta.

Di fronte a tale ideologia imperante il gruppo dei poeti crepuscolari si pone come una nicchia nel panorama delle alte idealità proclamate dal pescarese e dal modello della sua vita ‘inimitabilee sublime. Non solo un tipo di esistenza come quella del giovane Sergio Corazzini, morto a soli ventuno anni, è di tutt’altra natura, semplice e banale, ma anche la sua poesia non ha nulla di aulico. Egli addirittura nega di essere un poeta: ‘Io non sono un poetae afferma: ‘Io non sono che un piccolo fanciullo che piangee conclude così amaramente:

Io amo la vita semplice delle cose.

Quante passioni vidi sfogliarsi, a poco a poco, per ogni cosa che se ne andava!

[...]

Non sono, dunque, un poeta: io so che per esser detto: poeta, conviene viver ben altra vita!
(Sergio Corazzini, Piccolo libro inutile, 1906, Desolazione del povero poeta sentimentale)

e qui l’allusione è lampante ed evidente, e abissale la distanza con l’‘immaginifico.

Anche Guido Gozzano, il maggiore esponente dei Crepuscolari, sente la propria condizione come diametralmente opposta a quella del ‘vate’: ‘io mi vergogno d’essere un poeta, ribaltando totalmente il modello dannunziano. Il tutto è però vissuto con sottile ironia e autoironia, con la consapevolezza piuttosto della fine della letteratura per cui, invece di gloria e onori, ci si può solo garbatamente prendere in giro.

Anche la vita altisonante e sopra le righe non si confà alla sua visione del mondo che esprime solo il rimpianto e la nostalgia per una realtà ormai scomparsa e una dimensione non ancora fagocitata dalla società di massa, dal capitalismo, dall’industrializzazione. Alla roboante vita mondana, agli amori di divine, nobildonne, protagoniste del jet set, nazionale e internazionale del tempo, Guido Gozzano ci presenta una signorina Felicita così diversa da quelle ‘attrici e principesse.

Sei quasi brutta, priva di lusinga nelle tue vesti quasi campagnole,
ma la tua faccia buona e casalinga, ma i bei capelli di color di sole, attorti in minutissime trecciuole, ti fanno un tipo di beltà fiamminga... E rivedo la tua bocca vermiglia così larga nel ridere e nel bere, e il volto quadro, senza sopracciglia,
tutto sparso d’efelidi leggiere e gli occhi fermi, l’iridi sincere
azzurre d’un azzurro di stoviglia… (Guido Gozzano, I colloqui, La signorina Felicita ovvero La Felicità, III, vv. 73-84).

Anche il suo Totò Merumeni, infatti, deluso dalla vita e dai sogni, deve ‘accontentarsi’ di amori ancillari

La Vita si ritolse tutte le sue promesse. Egli sognò per anni l’Amore che non venne,
sognò pel suo martirio attrici e principesse ed oggi ha per amante la cuoca diciottenne.
(Guido Gozzano, I colloqui, Totò Merumeni, III, vv. 1-4)

Ci può consolare tuttavia quanto insegna il Buddha: “L’unico vero fallimento nella vita è non agire in coerenza con i propri valori.

Non possiamo certo affermare che i letterati che abbiamo finora citato non lo abbiano fatto.

Il trovarsi in stato di apparente ‘inferiorità’ può essere poi anche un vantaggio, se si è capaci di capovolgere le comuni apparenze: A volte essere in minoranza è un privilegio” (Gandhi), se guardiamo alle lotte sostenute dal Mahatma per il suo paese. A sostegno di questa tesi possiamo ottenere anche il conforto di Johann Wolfgang Goethe per il quale: “Ogni cosa intelligente sta nella minoranza”.

Non sempre però chi vive una condizione di disagio esistenziale, individuale, sociale, politico è in grado di individuare la via del riscatto. A tal proposito Aristotele dichiara apertamente: “Le persone oneste e intelligenti difficilmente fanno una rivoluzione, perchè sono sempre in minoranza.

Protesta non è necessariamente ribellione, quanto piuttosto rifiuto di qualcosa che non si può accettare. Non per nulla, infatti, l’epoca cui tale dimensione fa riferimento dal punto di vista esistenziale è l’adolescenza, quando più forte si fa il bisogno di affermare una propria identità, prendendo talvolta le distanze dal pensiero degli altri, famiglia, genitori, avi.

Anche Andrè Breton, nel Secondo manifesto del Surrealismo, si esprime in tal senso: “In materia di rivolta, nessuno di noi deve aver bisogno d’antenati. Si tratta di una forma di rivendicazione di se stessi, di presa di coscienza di sè.

Pure Platone sostiene che: “Un ragazzo è, di tutte le bestie selvagge, la più difficile da trattare.

Un esempio assai significativo nell’ambito della letteratura italiana lo scopriamo nel Barone rampante (1957) di Italo Calvino. Già nel Sentiero dei nidi di ragno (1947), lo scrittore si era interessato al tema dell’infanzia in un contesto particolare quale quello della Resistenza nell’estremo ponente ligure, nella zona intorno a Sanremo, sua patria di elezione. Ma è con il secondo romanzo della Trilogia degli antenati (1960) che egli affronta il malessere dell’adolescente barone Cosimo Piovasco di Rondò che, in seguito ad un litigio con il padre, il giorno 15 giugno 1767, decide di salire sugli alberi e lì rimanere per sempre. “La ribellione non si misura a metri. Anche quando pare di poche spanne, un viaggio può restare senza ritorno. Così replica il Barone Arminio Piovasco di Rondò al figlio.

Al di là del contesto letterale, è evidente in questo romanzo, come negli altri due della fase ‘fantastica’ dello scrittore, una chiara possibilità di lettura di tipo simbolico.

Da quell’osservatorio privilegiato il giovane nobile vede passare sotto di sè la storia, eventi e personaggi importanti, la rivoluzione francese, Napoleone, le guerre.

C’è chi ha voluto cogliere in questo modus vivendi dell’utopistico personaggio una anticipazione, quasi un presentimento, della futura contestazione giovanile del ‘68; allora tanti altri Cosimo di Rondò, in diverse parti del mondo, negli USA, in Francia, in Germania, nei Paesi Bassi, in Italia, nutriti delle letture di studiosi e filosofi come Theodor Adorno, Max Horkheimer, Herbert Marcuse e Walter Benjamin, con motivazioni differenti, iniziarono una fase di dura lotta contro il sistema, sconvolgendo un insieme di ideologie e consuetudini che presto coinvolsero tutta quanta la società, la scuola, il mondo del lavoro.

I miti del ‘68 erano icone, simulacri che ben potevano contrastare il perbenismo dell’Italia borghese bigotta, inaccettabile ai giovani di allora, come di ogni tempo. Non erano quindi tanto i contenuti a formulare dei concetti, quanto piuttosto

ciò che essi manifestavano, e in questo consisteva la loro portata eversiva. La forza delle immagini-simbolo del movimento non era insita entro di sè, cioè nella sostanza, in generale alquanto fantasiosa, (Slogan studenteschi: Fate l’amore non fate la guerra, La fantasia al potere! L’immaginazione al potere, e hippy: Mettete fiori nei vostri cannoni), ma nella loro esteriorità, proprio cioè nella quidditas che essi esprimevano, di rifiuto degli schemi e, soprattutto, di rottura con il conformismo oppressivo della borghesia, del contesto sociale, della mentalità, della famiglia.

Ci chiediamo pertanto: c’è una ‘dimensione giovane’ che rimane inalterata nel tempo, a prescindere dai motivi anagrafici, generazionali, dalle epoche storiche e personali, in cui si vivè Ci piace pensare di sì, altrimenti non si spiegherebbero autori e movimenti come l’Alfieri della Tirannide, Foscolo, i poeti maledetti e gli Scapigliati, le Avanguardie del primo ‘900, Pasolini, Calvino, Sanguineti...

E? la protesta delle minoranze o contro chi ha il potere: donne contro uomini, Lisistrata, oppressi contro oppressori, reali o immaginari, insofferenze, disagi, la società. La famiglia, perfino l’anoressia, è una forma di ribellione. Poi accomunano larghi strati di popolazione le lotte contro la guerra, i soprusi, le ingiustizie, le prevaricazioni, gli abusi.

La psicologia sociale si è occupata del conformismo, cioè dell’adattamento del singolo individuo alla maggioranza. Non sempre però è quest’ultima ad avere il predominio. In questo senso è indirizzato lo studio di Serge Moscovici, (Social influence and social change 1976) il sociologo di origini rumene, che ha studiato tale fenomeno. Egli sostiene infatti che, in determinate condizioni, le posizioni possano essere ribaltate e la parte che si trova in condizioni di inferiorità numerica possa imporsi al gruppo dominante perchè costituito da un maggior numero di persone.

C’è il rischio poi che pure: “Il rivoluzionario più radicale diventerà un conservatore il giorno dopo la rivoluzione(Hannah Arendt), anche se: “La rivoluzione è un fatto sociale, collettivo; la rivolta è individuale(Osho Rajneesh).

A volte però non si ha neppure coscienza della portata storica degli eventi, privati e non, se, come rivela un aneddoto, la sera del 14 luglio 1789, Luigi XVI di Francia sul suo diario giornaliero scriveva: “Oggi, niente di nuovo”.

In conclusione, possiamo provare ad affiggere una lista di nostre ‘95lagnanze sulla porta di qualche cattedrale, chiesa, casa, come fece Lutero il 17 ottobre del 1517, data che convenzionalmente segna l’inizio della Riforma protestante, nella speranza che qualcuno legga e dia ascolto alla nostra protesta.

Questo, nella migliore delle ipotesi, nella peggiore invece, possiamo servirci delle parole conclusive di Italo Svevo nella Coscienza di Zeno:

Ci sarà un’esplosione enorme che nessuno udrà e la terra ritornata alla forma di nebulosa errerà nei cieli priva di parassiti e di malattie.

(Italo Svevo, La coscienza di Zeno)

Ma potrebbe essere anche una soluzione.

 

N. 34
Dicembre 2017

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