Mario Perniola, La fine della rivoluzione sessuale
 
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Michel Makarius
La fine dell’amore*

Don Giovanni ritrovato

Una caricatura di don Giovanni fa dell’eroe spagnolo il modello del seduttore tipico delle nostre società fallocratiche. Dico caricatura perché alla sua epoca e per due secoli il cinismo e la sicurezza di don Giovanni non si rivolgeva soltanto nei confronti delle donne, ma contro l’intera società. Il disprezzo delle convenzioni e di una certa morale si è oggi alleato alla desublimazione: l’insolenza di don Giovanni è passata interamente dalla parte delle forze dell’oppressione.

Certamente si può trovare nel carattere originario del personaggio i germi del tradimento futuro. Dire che il percorso (e il ribaltamento) del libertino corrisponda a quello della Ragione (prima militante per l’emancipazione, e poi complice della repressione) è una spiegazione troppo generale: essa non si relaziona con l’intimità immediata del seduttore. Ciò che dal punto di vista del libertinaggio appartiene fin dall’inizio al mondo freddo del calcolo borghese (squalificando così un’attitudine che d’altra parte si vuole aristocratica) è la sua incapacità o il suo rifiuto di lasciarsi sedurre  in una reciprocità pacifica e trasparente: sedurre senza mai essere sedotto equivale a proclamare uno scambio ineguale che stabilisce le relazioni provate su un rapporto di forza. Voler dominare le passioni equivale a cercare di dominare interamente.

Mantenere la testa fredda, regola d’oro del libertino è ormai la parola d’ordine (nel senso più letterale) del nostro secolo:  Non è forse la sottomissione a una visione meccanica dell’esistenza e del corpo che presiede alle performace sadiane e alla riduzione lidinale e pulsionale dell’individuo, secondo Freud? L’ultima volta che fu posta nell’opinione pubblica colta la domanda sull’amore fu in occasione di qualche testo surrealista; la quasi totalità di ciò che è stato scritto dopo contiene un attacco contro questo genere d’inclinazione. Anche lo slogan hippy e anti-autoritario degli anni Sessanta “make love not war” ha qualcosa di terribilmente privo di passione, senza dubbio inerente  alle risonanze produttivistiche dell’ingiunzione to make (fare). Equivaleva a dire “fate qualsiasi cosa salvo la guerra”: l’amore  era l’esempio di qualsiasi cosa.

Dice Adorno: “Per la ragione, il dono di sé alla creatura adorata non è che idolatria”. La paura di cadere irrimediabilmente nella selvatichezza, a partire dal momento in cui  si lascia il sicuro dominio della ragione, è uno dei sentimenti più tenaci della società francese.  Sul piano del pensiero, questa paura si placa nella sua traduzione logica, il concetto di alienazione. L’adescamento del soggetto nel suo altro, questa perversione inerente  alla nozione di alienazione, che rinvia implicitamente  a un’essenza intatta, si svela nella figura del libertino, frigido a forza di ragione, l’inutilità di questo concetto. Alla lettera, l’impero e l’influenza della passione sono una perdita di sé nell’altro. Ma c’è mai un riconoscimento puro di sé nel sé, che è primario e trasparente? L’identificazione dell’io con la ragione non potrebbe sostituire una posizione primaria  ed assoluta. Al contrario, la sua solidificazione come attitudine esemplare è il marchio del comportamento reificato.  Così il contrario dell’alienazione è ancora l’alienazione. In altre parole, questo concetto è altrettanto poco reale quanto un libertino che soccombe nel corpo e nell’anima all’incanto delle sue “conquiste”. 

Maxima amoralia

La freddezza che caratterizza ogni giorno di più i rapporti umani ha ovviamente investito il legame amoroso, tanto che  la posizione romantica  di chi ama appare oggi anacronistica, vale a dire falsa. Il fatto che si soffra meno che mai d’amore e che questa sofferenza nonsi configuri più come una protesta solitaria contro il mondo oggettivo  e ragionevole, testimonia  incontestabilmente lo spossessamento dell’individuo dal suo dolore: l’impossibilità di soffrire prende il posto ormai dell’amore impossibile. Ma che i rituali  e i significati sociali dell’amore siano l’opposto di ciò che è descritto da Goethe nel Werther non deriva soltanto dalla desublimazione repressiva. La liberazione sessuale che l’accompagna ha ugualmente liberato l’individuo dalla sua mortificazione nell’amore disgraziato. Quando la tentazione di  assumere un “amore impossibile” conduce il soggetto verso l’approvazione regressiva della sua miseria, si considera obbligatorio avanzare sul cammino dei godimenti effettuali. 

Nel momento in cui il sociale si fa carico dell’insieme dei punti di resistenza del soggetto, lo sbarazza della sua secolare colpevolezza e libera il suo desiderio di essere per se stesso.

“Se faire plaisir”, questa nuova parola d’ordine attualmente esaltata da quanti fino ad oggi  si consideravano come  depositari della coscienza storica universale e al servizio di una causa sociale, esprime molto bene nello stesso tempo l’atomizzazione dell’individuo e la sua nuova autonomia.

Lettere d’amore...

...dopo, la parola amorosa non riesce più a contenere nei limiti secolarizzati dei suoi significanti il carico di affetti che veicola. Allora nascono i baci, le carezze, il toccarsi, tutto questo altro versante del “discorso amoroso”  di cui curiosamente Roland Barthes non parla mai. Perciò non posso fare a meno di vedere nell’eccessiva castitò del testo di Barthes (Frammenti di un discorso amoroso)  la volontà di salvaguardare le virtù affettive del linguaggio, mentre il minimo contatto carnaleimolica implicitamente la confessione della sua incapacità di esprimere l’amore. Perché questo silenzio? Siamo forse ormai fuori dal discorso in una regione priva di rapporto  con la comunicazione discorsiva, che riguarda solo secondariamente l’amore, perchè è caduta nell’esercizio pratico del commercio sessuale? Dietro questa separazione tra il dire e il fare si ritrova certamente la sempre eterna rottura tra il corpo e lo spirito, il sesso e il cuore. Ciò non vuol dire che Barthes si faccia il difensore ingenuo e diretto di una morale superata, ma egli ne rispetta le convenienze: figura complessa e incerta del linguaggio, l’amore si ricompone in un glossario discontinuo, capace malgrado tutto di tradurre l’indicibilità del sentimento. Che questa comunicazione amorosa sia  problematica  per la struttura del linguaggio attuale al punto di lacerarne il bel ordine e consegnarsi solo per “frammenti”, questa è certamente la tesi che Barthes enuncia chiaramente nella sua analisi dell’ Io ti amo, “questo inganno del linguaggio, troppo discorsivo per dipendere dalla pulsione, troppo gridato per dipendere dalla frase”. Ma in fin del conti se il discorso si scontra contro l’inesprimibile, riesce a trionfare su questo attraverso l’astuzia di cui la forma frammentaria darebbe la manifestazione estrema.

In altri termini,  siamo qui molto lontani dalla necessaria frammentazione che caratterizza gli scritti cruciali sull’amore cone Il diario del seduttore di Kierkegaard, I legami pericolosi di Laclos, le Lettere della monaca portoghese o anche Dell’amore di Stendhal:  queste opere testimoniano il bel disordine provocato nel procedere discorsivo dalle argomentazioni instabili e ribollenti della passione.

Che la scrittura amorosa si sia espressa felicemente  nella forma epistolare (e che la lettera sia il suo veicolo universale) prova almeno questo:  le ragioni del cuore  conoscono un solo veicolo irriducibili, il tempo.  Solo il tempo  attizza o calma i fervori, fa dell’amore  un colore cangiante e contraddittorio. Questa è la breve verità dell’amore che che si sa relativo e si afferma come assoluto. Insomma, le variazioni e l’incostanza dell’anima sono al centro della maggior parte dei romanzi d’amore. Ma, a differenza di quest’ultimi, la parola amorosa non appartiene all’universo chiuso della rappresentazione. Anche se la corrispondenza tra La Merteuil e Valmont [i protagonisti del romanzo I legami pericolosi] è fittizia, il tempo che separa la redazione e l’invio di ogni lettera corrisponde ad una cronologia reale; così il progredire dell’intrigo trova la sua ragion d’essere in situazioni virtuali la cui relazione  non è un’eco: infatti tutte le lettere che si scambiano non sono che un’eco dell’una rispetto all’altra. Se il genio di Laclos  consiste nell’aver compreso  che l’amore e i sentimenti si enunciano solo per approssimazione, la condizione [della possibilità del suo libro] era che paradossalmente  i suoi personaggi prendessero direttamente la parola.

Ecco ciò che invece non fa l’Io di Barthes, che nel momento decisivo si nasconde dietro un gioco di citazioni letterarie e permette al linguaggio di sottrarsi alla coscineza dei suoi limiti.  Così i Frammenti del discorso amoroso sono in realtà solo pseudo-frammentari. Con ciò intendo che i loro propositi non si spezzettano mai dinanzi alla difficoltà dell’enunciazione e non conoscono silenzi  carichi di significato. Proprio al contrario, le loro lacune designano anticipatamente, come una griglia di parole crociate, il luogo probabile della buona formulazione capace di relazionarsi esattamente con qualsiasi definizione. Dunque nient’altro che innamorato del linguaggio... 

(Traduzione dal francese di M.P.)

* Michel Makarius è mancato a Parigi il 13 novembre 2009. I testi  qui tradotti sono tratti dal suo volume Puzzle, Le hazard d’être, Paris, 1982. Il titolo dell’articolo è opera del traduttore. Sono invece stati mantenuti i titoli originali dei paragrafi. 

 

 

N. 19
Aprile 2010

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